Posted by (0) Comment
“Fucking Hell!” tutta la notte continuava a ripetere Milan, il mio roomate da Bratislava. Era incredibile infatti quanto un ragazzetto di appena diciotto anni potesse russare così rumorosamente nel cuore della notte. Non riuscivo a dormire. Era una di quelle notti in cui la mia mente ha bisogno di fermarsi per riflettere, pensare e progettare le mie prossime mosse. Così ho tirato fuori il mio laptop da sotto il letto e mi sono messo a scrivere. In quella stanza buia non si sentiva che il ronfare di quel ragazzo polacco e di suo zio che ogni tanto si lanciava in un monologo nel sonno più profondo.
I due avevano avuto una discussione alcolica prima di coricarsi esausti, pieni fino all’orla di quel coca e whisky comprato nel negozio brasiliano sotto casa. “Fucking Hell!” continuava Milan, poi si voltava per esprimere tutto il suo disappunto in una scoreggia. Domani sarebbe stata un’altra dura giornata di lavoro per lui costretto ad appendersi a dei castelli da imbianchino per guadagnare qualche pounds per la notte. Eppure era così felice e pieno di speranze per un futuro che, dice lui, lo avrebbe visto guidare auto da milioni di dollari e una piccola azienda di costruzioni. “This is just the beginning” continuava a dirmi. Non aveva neanche un asciugamano per asciugarsi dopo la doccia.
Poi siamo andati di nuovo online per cercare una casa su gumtree.com. Di fronte a noi sedevano due ragazze tedesche intente a fare la medesima operazione. Milan si è segnato alcuni indirizzi e numeri di telefono compreso un annuncio di una camera da condividere con alcune ragazze polacche, messicane e slovene. Ha cerchiato più volte quell’annuncio sul suo foglio e vi ha pure inserito una nota a margine: “Big Fuck”. L’indomani avrebbe chiamato quei numeri.
Infine mi hanno rubato anche la cena: la scarola di tacchino tagliato a fette Bernand Matthews che avevo comprato da Morrison. E’ incredibile mi sono detto! Eppure non posso alzare il dito contro nessuno. Il ladro non ha lasciato tracce se non appiccicosi segni di ketchup sulla sportina. Ma I don’t mind, domani ho intenzione di inviare il mio CV e tutte le carte per quell’intership in centro quindi chiudo gli occhi e provo a dormire un po’. Fuori Londra è sospettosamente silenziosa. Possibile che il casino debba provenire tutto dalla mia camera?! “Fucking Hell!”
I loro nomi sono Betty, Ramona, Roxanne, Julie e fanno letteralmente impazzire migliaia di donne. Non sono attrici o celebrità dal mondo dello spettacolo, ma il nome delle borsette più desiderate e ricercate di quest’estate. Ogni stagione vi è il lancio di pochissimi modelli che vengono subito etichettati come “It bags”. Si tratta di edizioni limitate, prodotte dai più grandi designers e spesso, inizialmente, messe nella mani delle stars più chic di Hollywood per rafforzare il potere carismatico di questi gioielli. Fama e classe ti sono automaticamente trasferite se ne possiedi una. “Coloro che possono permettersi di comprare una borsetta di questo tipo devono sicuramente essere esperte di prodotti di lusso perchè ogni “It bag” è veramente unica”, spiega Maike Senger, fondatore di un sito Internet che mette a disposizione borsette di lusso a noleggio. Per i grandi nomi del mondo della moda, il termine “It bag” è diventato un importante strumento del marketing strategy.
Tuttavia, secondo il sito inglese handbag.com, una borsetta può acquistare valore ed unicità solo quando è il risultato di un’attenta combinazione di diversi elementi del marketing mix: designer label, stile e media advertising.
In questa stagione, Yves Saint Laurent, Prada e Chloé sono al vertice della classifica dei modelli più trendy e ricercati. Per i più indecisi i risultati di uno studio condotto da People magazine possono facilitare il processo di selezione della borsetta preferita. La domanda: “Quale star possiede questa particolare borsetta?” può essere la chiave nel definire una borsetta come “It bag” o no. “Se la possiede Kate Moss, allora è una It bag” afferma Senger. Le It bags sono prodotte solo in numero limitato. “Alcune persone sono elettrizzate dalla ricerca del modello più raro” dichiara Andreas Rose, consulente di moda in Francoforte. “Per altre donne, il brivido è possederne una delle 5000 in commercio, proprio come quella di Sharon Stone”. Prima dell’inizio della stagione, i designers vestono stars come Kate Moss, Paris Hilton o Madonna per stabilire i trends della moda del momento. Come testimonials, modelle e personaggi dello spettacolo diventano ai nostri occhi icone di classe e raffinatezza, aiutando a trasmettere il messaggio di unicità del prodotto.
Inoltre si tratta sempre di un investimento sicuro per un prodotto dal valore intramontabile, la borsetta può essere sempre rivenduta ad un buon prezzo su Ebay. Infine, per le donne che non possono permettersi di acquistare uno di questi gioielli, il sito di Senger rappresenta sempre un’ottima alternativa. I visitatori possono registrarsi e scegliere borsette a noleggio da un vasto network di designers, da Coccinelle a Gucci. Solitamente il tipo di borsetta sul quale una cliente pone l’attenzione, dipende dal tipo di spesa che è disponibile a sostenere mensilmente. I prezzi infatti variano da 29 a 79 euro al mese.
Esporre i più piccoli ad episodi di bullismo e favorire una precoce ed errata scoperta del proprio sesso, sono le accuse rivolte alla Mattel per il sito Barbie Girls. Critici sostengono che il portale community può potenzialmente scatenare fenomeni di bullismo e facilitare l’insorgere di disordini alimentari nelle bambine.
Al sito Barbie Girls virtual community, bambine di tutto il mondo possono creare il loro personaggio virtuale, disegnare l’abbigliamento e make-up così come partecipare a conversazioni online con altri membri registrati alla community, tramite chatrooms. In apparenza niente di troppo pericoloso dunque, se non un’efficace strategia di marketing per fidelizzare le consumatrici al prodotto, sfruttando le potenzialità della Rete. Tuttavia, alcuni critici hanno ritenuto che il sito promuovesse immagini e contenuti inadeguati per consumatori psicologicamente troppo fragili come bambine di 6 anni. Il sito incoraggerebbe le utenti a maturare troppo velocemente sia da un punto di vista sessuale che “stilistico”. Al giorno d’oggi i giovani hanno libero accesso ad informazioni che,senza remora alcuna, sarebbero state filtrate o censurate dai genitori di 10 anni fa. Il dottor Aric Sigman, dal British Psychological Society, sostiene che “le bambine apprendono il significato del sesso precocemente e siti come questi incoraggiano a dare più importanza alla propria immagine e aspetto formale (come vestiti e make-up) piuttosto che ad altri valori più profondi, forzando una precoce affermazione del proprio sesso”. Inoltre, immagini di bambole dalla silouhette perfetta come Barbie sono causa iniziale di diversi disordini alimentari o problemi di autostima nelle più piccole.
Il sito Internet, accessibile al link www.BarbieGirls.com, dispone di diversi filtri e protezioni contro pedofili o visitatori esterni, tuttavia Chris Cloke, direttore del NSPCC Child Protection Group, afferma che i dialoghi e le relazioni che si instaurano fra le bambine in queste chatrooms possono essere rischiosi. “Il bullismo online sta rapidamente crescendo e NSPCC ritiene importante definire una strategia per limitarne l’impatto sulla psicologia infantile” e, continua, “è un vero ed importante fenomeno che deve essere controllato monitorando siti come questo, in modo che i bambini possano essere realmente protetti”. Barbie Girls virtual community si espanderà ulteriormente quest’autunno con l’apertura in altri 12 Paesi, compresa l’Italia. Auspicabile è che si pervenga dunque ad un giusto equilibrio fra promozione di un prodotto che affascina da sempre il mondo giovanile e salvaguardia di valori fondamentali per i più piccoli.
Posted by (0) Comment
According to Henry Chesbrough (2003d), we are witnessing a radical shift in innovation paradigms moving from closed business models to more open and globally-linked models. In his research, the author uses explicitly the expression “paradigm shift” by the historian of science Thomas Kuhn, to emphasize the radical fundamental change in how companies commercialize industrial knowledge. In simple words, closed innovation is nothing but the predominant business model used by most major U.S. corporations to run their labs for most of the twentieth century. It is the strategic model that Xerox used to manage its PARC research facility. Closed innovation is a view that says “successful innovation requires control” (Chesbrough, 2003d: xx). Yet, according to the paradigm firms must be strongly self-reliant and independent, because it is always hard to manage successful business partnerships with other companies without running into troubles.
The idea is that: “If you want something done right, you have got to do it yourself” (Chesbrough, 2003d: xx). The past success of the closed innovation paradigm was mainly due to the centralized knowledge landscape of the twentieth century. Although we were witnessing to numerous scientific revolutions with discoveries made by famous scientists such as Einstein, Bohr, Maxwell, Curie, the norm of science at that time suggested that the scientific community would have not benefited from the practical use of its inventions. “Emulating the norms of ‘pure’ science held in German universities, U.S. scientists regarded the pursuit of practical knowledge as ‘prostituted science” (Chesbrough, 2003d: 22). Thus, although the knowledge generated within universities seemed to hold great promise, the growing enterprises of that time could not rely on this valuable know-how being transferred in the industry. As a consequence of this isolationism, universities lacked the financial resources to conduct significant experiments and come up with revolutionary advancements themselves. Neither government played a great role in the research system by offering assistance and support in the form of financial grants.
As a result of the scarce participation of leading universities and government in the commercial application of science, the industry became the primary source of research funding for practical use of knowledge, and industry R&D laboratories were the primary locus of this industrial research. Historian Alfred Chandler (1990) documented the choices of many industrial enterprises during this period. Among his important findings was the role of companies’ internal R&D functions in creating economies of scale in their business. The institution of the central research lab and internal product development was thus a critical element of the rise of the modern industrial corporation (Chesbrough, 2003d: 24). Outside the fortified central R&D castles, the knowledge landscape was assumed to be rather barren. This was also when the term ‘not invented here’ was first coined. Basically, if a technology was not developed inside a company (i.e. not invented here), the firm could not be sure of the quality, performance and availability of the particular technology. Moreover, because of the closed nature of the system, the intellectual property (IP) generated in the internal R&D departments was closely guarded from fraudulent conversion.
The golden age of R&D was an age of severe vertical integration, born of necessity (since there were few capable external alternatives) and of virtue (since it was easy to capture value from one’s R&D when one controlled the entire value chain of business activities) (Chesbrough, 2003d: 30) […]
Read the full Chapter “A shift in Innovation Paradigms”
Innovation is a core business necessity, thus companies that do not innovate die. Many academics and practitioners have emphasized the value of innovation as a fruitful way for firms to enhance their business performance and prosper (Collins & Porras, 1994; Christensen, 1997; De Geus, 1997; Cobbenhagen, 2000; Tidd et al., 2005; Porter, 1983; 1985; Kelly, 2004; Drucker, 2007; Hamel et al., 1989; Brown, 2003; Schumpeter, 1934; Johnson et al. 2005). In addition, an effective knowledge and innovation management strategy may become an important source of competitive advantage in various industries (Kay, 1993; Porter, 1983; 1985; Schumpeter, 1934; Johnson et al. 2005).
Nevertheless, in today’s turbulent world, where change and diversification are strategic constants, companies cannot afford to merely rely upon their central R&D departments for the development of new products or services. Hoping that what is cooking in the lab will turn up trumps is not a reasonable approach for a custodian of stockholder value in a ‘hypercompetitive environment’ (D’Aveni, 1994). Very often, successful innovation results from the planned and deliberate combination of ideas, people, and objects from inside and outside the organization that spark new technological revolutions, sought after service concepts and effective business models (Boutellier et al., 2000).
The book ‘Open Innovation’ by Henry Chesbrough (2003d), describes an innovation ‘paradigm shift’ (Kuhn, 1962) from a closed to an open model. The open model has taken on greater saliency in light of the recent debate about globalization, Information & Communication Technology (ICT) developments and the emergence of collaborative and cross-cultural groups such as the Open Source Software (OSS) movement (Maxwell, 2006). As Don Tapscott (2007: 20) pointed out “a new kind of business is emerging – one that opens its doors to the world, coinnovates with everyone, shares resources that were previously closed guarded, harness the power of mass collaboration, and behave not as a multinational but as something new: a truly global firm”.
As a matter of fact, according to Friedman (2005) and Chandler (1990) there are fewer economies of scale in R&D than there were a generation ago as a consequence of rising development costs and shorter product life cycles (Chesbrough, 2006; 2007) [...]
Read the full Introduction of the study
Posted by (0) Comment
This video explores the changes in the way we find, store, create, critique, and share information. This video was created as a conversation starter, and works especially well when brainstorming with people about the near future and the skills needed in order to harness, evaluate, and create information effectively.
“Gli eventi dell’11 settembre sono stati simbolici
anche in un altro senso:
l’assalto terroristico ai grattacieli più famosi
della città più famosa del mondo,
compiuto dinanzi al più alto numero di telecamere
che i moderni mezzi di comunicazione
possano concentrare in un dato luogo,
ha rapidamente acquisito una valenza di
simbolo a livello globale, che altri eventi,
per quanto drammatici e cruenti,
non potrebbero neanche sognarsi di avere.
Ha dimostrato,
in modo altrettanto drammatico e spettacolare,
quanto globali possano davvero essere gli eventi”.
Bauman Z. [2003, p. 82]
Una delle caratteristiche delle comunicazioni nel mondo moderno è la scala della loro diffusione, una scala che coinvolge l’intero pianeta (o quasi) con una velocità di trasmissione ormai prossima al suo limite massimo, la quasi istantaneità della successione causa-effetto. La riorganizzazione di spazio e tempo prodotta dallo sviluppo dei media è un aspetto di un più ampio insieme di processi che stanno trasformando il mondo moderno. Tali processi sono oggi comunemente indicati con il termine “globalizzazione” che non può essere volgarmente tradotta con i termini “internazionalizzazione” e “transnazionalizzazione”. Ancora una volta John B. Thompson ne offre una sintetica definizione a punti:
“C’è globalizzazione solo se le attività:
– Hanno luogo all’interno di un’area planetaria o quasi tale (piuttosto che semplicemente regionale, per esempio)
– Sono organizzate, pianificate o coordinate su scala globale
– Comportano un qualche grado di reciprocità e interdipendenza, nel senso che attività locali di diverse zone del mondo determinano l’una la forma delle altre” .
La pratica di trasmettere messaggi attraverso grandi distanze non è nuova: in età premoderne sono state costruite reti complesse di servizio postale, autostrade politiche dell’impero romano. Ciò che contraddistingue la comunicazione nel mondo moderno è ancora una volta la “portata e il ritmo del cambiamento” [Giddens, 1994] reso possibile in primo luogo dall’avvento dei nuovi media elettronici. La globalizzazione delle comunicazioni si è rivelato un processo strutturalmente squilibrato, avvantaggiando sostanzialmente i pochi e accrescendo il knowledge-gap [Tichenor-Donohue ed Olien, 1970] delle parti più povere del mondo. Secondo la teoria dell’imperialismo culturale [Schiller, 1969] il motore del processo di globalizzazione delle comunicazioni sarebbe stato avviato dagli interessi commerciali delle grandi aziende della comunicazione (Time Warner, Bertelsmann, News Corporation…) e tale processo avrebbe prodotto una nuova forma di subordinazione delle culture tradizionali soggette ai valori e simboli occidentali.
Il nuovo sistema imperiale si sarebbe basato sulla supremazia economica degli Stati Uniti e sul know-how delle comunicazioni. Oggi con un’economia multipolare (non come nel secondo dopoguerra quando è stata formulata la teoria dell’imperialismo) è con l’avvento di “comunicazioni più democratiche” basate sulle reti telematiche risulta più difficile credere in modo assoluto alla teoria formulata da Schiller negli anni ’70 nonostante permanga, come è stato ben documentato da Castells, un profondo digital divide nell’accesso ad Internet per i Paesi più poveri del pianeta (vedi II capitolo: The Rise of the Network Society). Un altro aspetto da considerare che ridimensiona il potere della teoria dell’imperialismo culturale è il momento di appropriazione del prodotto simbolico trasmesso dai media. Secondo la “teoria degli effetti limitati” “l’efficacia della comunicazione di massa è largamente connessa a e dipendente da processi di comunicazione non mediale interni alla struttura in cui vive l’individuo ”.
“L’appropriazione dei prodotti dei media è sempre un fenomeno localizzato: coinvolge individui che vivono in contesti storico-sociali particolari e che interpretano i messaggi dei media e li incorporano nella propria vita utilizzando le risorse che trovano a disposizione” (circolazione globale delle informazioni e appropriazione ermeneutica delle stesse). Esisteranno quindi modi diversi di negoziare il contenuto simbolico di un programma in base al contesto di ricezione e alle risorse che gli individui impiegano per la loro interpretazione (si veda lo studio di Liebes e Katz sulla ricezione del serial Dallas). L’appropriazione di materiali simbolici globalizzati implica un’altra caratteristica che Thompson ha definito “accentuazione della presa di distanza simbolica dai contesti spazio-temporali della vita quotidiana” . Un esempio illuminante di questa affermazione è rappresentato dallo studio di Lull sull’impatto della televisione in Cina. La ricerca dimostrava che gli spettatori cinesi erano affascinati dai programmi importati da altri Paesi non solo perché fornivano informazione ma soprattutto perché consentivano loro di dare un’occhiata al tipo di vita che si conduce altrove. Le immagini di altri stili di vita rappresentavano quindi una risorsa per i cinesi per riflettere criticamente sulla loro stessa esistenza e condizioni di vita. “Si diceva che fuori dalla Cina niente funzionava. Ma quando guardiamo la televisione, lo vediamo bene che l’Occidente non è poi così male” . Un’altra importante caratteristica della globalizzazione delle comunicazioni è la formazione della nostra “esperienza mediata” [Thompson, 1998]. L’autore presenta nel suo libro quattro caratteristiche distintive:
– Ci è data la possibilità di fare esperienza di spazi lontani che a volte ci appaiono immodificabili
– Il contesto in cui spettatori “consumano” le esperienze mediate è profondamente diverso da quello in cui gli eventi si verificano effettivamente (l’esperienza viene ricontestualizzata)
– L’individuo struttura la priorità delle esperienze mediate nei termini di importanza per il sé (quanto più l’individuo le considera importanti, tanto più è probabile che le integri nei suoi programmi quotidiani).
– La creazione di una “comunanza despazializzata” (grazie ai media gli individui possono fare le stesse esperienze senza condividere lo stesso luogo, basta l’accesso alle stesse forme di comunicazione mediata) .
Naturalmente vivere in un mondo pervaso sempre più da esperienze mediate comporta nuove responsabilità. Gli individui possono ricordare eventi remoti, interagire con altri lontani e a seconda dei propri interessi e priorità lasciarsi coinvolgere in misura più o meno profonda. Come è possibile rimanere indifferenti di fronte ad episodi di guerra o di stragi anche se capitano a migliaia di chilometri dal nostro nido? Ci emancipiamo dai luoghi della nostra esistenza, ci viene chiesto di farci un’opinione, esprimere un giudizio, di assumere la responsabilità di eventi accaduti in regioni lontane. Il mondo diventa sempre più piccolo: i nostri “vicini” si stanno rapidamente moltiplicando. Il caso di Graham Bamford, citato in Media e Modernità di Thompson, ne è un esempio estremo.
L’uomo in segno di protesta per il mancato intervento del governo inglese nella tragedia bosniaca, si è cosparso di benzina e dato fuoco in Parliament Square. La forte reazione dell’opinione pubblica internazionale in seguito ai recenti episodi dello scorso 26 Dicembre nel Sud-Est asiatico sono la dimostrazione di come non possiamo più rimanere indifferenti rispetto a quanto accade nelle altre regioni del mondo.
Ma c’è anche chi come ricorda efficacemente U. Beck cerca di mantenere le distanze, scaricando la responsabilità ad altri. “Globalità e coinvolgimento di tutti non sono (anzi) occasioni per non rendersi conto dei problemi o per farlo in modo interposto, scaricando la responsabilità su altri? Non sono forse queste le situazioni che favoriscono la costruzione di capri espiatori?” . Il senso di responsabilità che scaturisce dalla globalizzazione delle comunicazioni rappresenta essenzialmente il canale che i movimenti sociali contemporanei sfruttano nelle loro campagne di sensibilizzazione condotte attraverso la Rete.
Compra il libro Internet e i Movimenti Sociali