“Gli eventi dell’11 settembre sono stati simbolici
anche in un altro senso:
l’assalto terroristico ai grattacieli più famosi
della città più famosa del mondo,
compiuto dinanzi al più alto numero di telecamere
che i moderni mezzi di comunicazione
possano concentrare in un dato luogo,
ha rapidamente acquisito una valenza di
simbolo a livello globale, che altri eventi,
per quanto drammatici e cruenti,
non potrebbero neanche sognarsi di avere.
Ha dimostrato,
in modo altrettanto drammatico e spettacolare,
quanto globali possano davvero essere gli eventi”.
Bauman Z. [2003, p. 82]
Una delle caratteristiche delle comunicazioni nel mondo moderno è la scala della loro diffusione, una scala che coinvolge l’intero pianeta (o quasi) con una velocità di trasmissione ormai prossima al suo limite massimo, la quasi istantaneità della successione causa-effetto. La riorganizzazione di spazio e tempo prodotta dallo sviluppo dei media è un aspetto di un più ampio insieme di processi che stanno trasformando il mondo moderno. Tali processi sono oggi comunemente indicati con il termine “globalizzazione” che non può essere volgarmente tradotta con i termini “internazionalizzazione” e “transnazionalizzazione”. Ancora una volta John B. Thompson ne offre una sintetica definizione a punti:
“C’è globalizzazione solo se le attività:
– Hanno luogo all’interno di un’area planetaria o quasi tale (piuttosto che semplicemente regionale, per esempio)
– Sono organizzate, pianificate o coordinate su scala globale
– Comportano un qualche grado di reciprocità e interdipendenza, nel senso che attività locali di diverse zone del mondo determinano l’una la forma delle altre” .
La pratica di trasmettere messaggi attraverso grandi distanze non è nuova: in età premoderne sono state costruite reti complesse di servizio postale, autostrade politiche dell’impero romano. Ciò che contraddistingue la comunicazione nel mondo moderno è ancora una volta la “portata e il ritmo del cambiamento” [Giddens, 1994] reso possibile in primo luogo dall’avvento dei nuovi media elettronici. La globalizzazione delle comunicazioni si è rivelato un processo strutturalmente squilibrato, avvantaggiando sostanzialmente i pochi e accrescendo il knowledge-gap [Tichenor-Donohue ed Olien, 1970] delle parti più povere del mondo. Secondo la teoria dell’imperialismo culturale [Schiller, 1969] il motore del processo di globalizzazione delle comunicazioni sarebbe stato avviato dagli interessi commerciali delle grandi aziende della comunicazione (Time Warner, Bertelsmann, News Corporation…) e tale processo avrebbe prodotto una nuova forma di subordinazione delle culture tradizionali soggette ai valori e simboli occidentali.
Il nuovo sistema imperiale si sarebbe basato sulla supremazia economica degli Stati Uniti e sul know-how delle comunicazioni. Oggi con un’economia multipolare (non come nel secondo dopoguerra quando è stata formulata la teoria dell’imperialismo) è con l’avvento di “comunicazioni più democratiche” basate sulle reti telematiche risulta più difficile credere in modo assoluto alla teoria formulata da Schiller negli anni ’70 nonostante permanga, come è stato ben documentato da Castells, un profondo digital divide nell’accesso ad Internet per i Paesi più poveri del pianeta (vedi II capitolo: The Rise of the Network Society). Un altro aspetto da considerare che ridimensiona il potere della teoria dell’imperialismo culturale è il momento di appropriazione del prodotto simbolico trasmesso dai media. Secondo la “teoria degli effetti limitati” “l’efficacia della comunicazione di massa è largamente connessa a e dipendente da processi di comunicazione non mediale interni alla struttura in cui vive l’individuo ”.
“L’appropriazione dei prodotti dei media è sempre un fenomeno localizzato: coinvolge individui che vivono in contesti storico-sociali particolari e che interpretano i messaggi dei media e li incorporano nella propria vita utilizzando le risorse che trovano a disposizione” (circolazione globale delle informazioni e appropriazione ermeneutica delle stesse). Esisteranno quindi modi diversi di negoziare il contenuto simbolico di un programma in base al contesto di ricezione e alle risorse che gli individui impiegano per la loro interpretazione (si veda lo studio di Liebes e Katz sulla ricezione del serial Dallas). L’appropriazione di materiali simbolici globalizzati implica un’altra caratteristica che Thompson ha definito “accentuazione della presa di distanza simbolica dai contesti spazio-temporali della vita quotidiana” . Un esempio illuminante di questa affermazione è rappresentato dallo studio di Lull sull’impatto della televisione in Cina. La ricerca dimostrava che gli spettatori cinesi erano affascinati dai programmi importati da altri Paesi non solo perché fornivano informazione ma soprattutto perché consentivano loro di dare un’occhiata al tipo di vita che si conduce altrove. Le immagini di altri stili di vita rappresentavano quindi una risorsa per i cinesi per riflettere criticamente sulla loro stessa esistenza e condizioni di vita. “Si diceva che fuori dalla Cina niente funzionava. Ma quando guardiamo la televisione, lo vediamo bene che l’Occidente non è poi così male” . Un’altra importante caratteristica della globalizzazione delle comunicazioni è la formazione della nostra “esperienza mediata” [Thompson, 1998]. L’autore presenta nel suo libro quattro caratteristiche distintive:
– Ci è data la possibilità di fare esperienza di spazi lontani che a volte ci appaiono immodificabili
– Il contesto in cui spettatori “consumano” le esperienze mediate è profondamente diverso da quello in cui gli eventi si verificano effettivamente (l’esperienza viene ricontestualizzata)
– L’individuo struttura la priorità delle esperienze mediate nei termini di importanza per il sé (quanto più l’individuo le considera importanti, tanto più è probabile che le integri nei suoi programmi quotidiani).
– La creazione di una “comunanza despazializzata” (grazie ai media gli individui possono fare le stesse esperienze senza condividere lo stesso luogo, basta l’accesso alle stesse forme di comunicazione mediata) .
Naturalmente vivere in un mondo pervaso sempre più da esperienze mediate comporta nuove responsabilità. Gli individui possono ricordare eventi remoti, interagire con altri lontani e a seconda dei propri interessi e priorità lasciarsi coinvolgere in misura più o meno profonda. Come è possibile rimanere indifferenti di fronte ad episodi di guerra o di stragi anche se capitano a migliaia di chilometri dal nostro nido? Ci emancipiamo dai luoghi della nostra esistenza, ci viene chiesto di farci un’opinione, esprimere un giudizio, di assumere la responsabilità di eventi accaduti in regioni lontane. Il mondo diventa sempre più piccolo: i nostri “vicini” si stanno rapidamente moltiplicando. Il caso di Graham Bamford, citato in Media e Modernità di Thompson, ne è un esempio estremo.
L’uomo in segno di protesta per il mancato intervento del governo inglese nella tragedia bosniaca, si è cosparso di benzina e dato fuoco in Parliament Square. La forte reazione dell’opinione pubblica internazionale in seguito ai recenti episodi dello scorso 26 Dicembre nel Sud-Est asiatico sono la dimostrazione di come non possiamo più rimanere indifferenti rispetto a quanto accade nelle altre regioni del mondo.
Ma c’è anche chi come ricorda efficacemente U. Beck cerca di mantenere le distanze, scaricando la responsabilità ad altri. “Globalità e coinvolgimento di tutti non sono (anzi) occasioni per non rendersi conto dei problemi o per farlo in modo interposto, scaricando la responsabilità su altri? Non sono forse queste le situazioni che favoriscono la costruzione di capri espiatori?” . Il senso di responsabilità che scaturisce dalla globalizzazione delle comunicazioni rappresenta essenzialmente il canale che i movimenti sociali contemporanei sfruttano nelle loro campagne di sensibilizzazione condotte attraverso la Rete.
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Il 4 di Febbraio 2004, uno sbarbatello di nome Mark Zuckerberg decise di lanciare The Facebook, un sito di di social networking indirizzato esclusivamente agli studenti di Harvard. L’idea venne a Zuckerberg ai tempi del liceo, quando frequentava la Philips Exeter Academy. L’Exeter Face Book infatti era una sorta di annale che veniva fatto passare fra i banchi degli studenti per permettere loro di familiarizzare con i profili di quelli che sarebbero stati i compagni di classe negli anni successivi. Face Book era un vero e proprio libro cartaceo, fino a quando Zuckerberg decise di portarlo online. Il progetto conquistò immediatamente la simpatia degli studenti dell’Università dell’Ivy League e,nel giro di due settimane, il sito si arricchì di profili e contenuti di ogni tipo. Presto altre università di Boston chiesero di partecipare al progetto e, da una manciata di utenti, il nuovo Facebook arrivò ad avere centinaia di migliaia di profili aggiornati regolarmente da giovani spinti da manie di protagonismo o semplice desiderio di affermare la propria identità, utilizzando le nuove tecnologie. Tutto il resto è storia recente.
Lo scorso Dicembre Facebook ha quasi raggiunto lo stesso numero di visitatori (221 milioni) di un sito più affermato come Blogger by Google (225.5 milioni), lasciando un gap di soli 4.5 milioni di utenti, considerata la differenza di 21 milioni che esisteva a Novembre 2008. Vista la crescita esponenziale della popolarità del sito, è molto probabile che i prossimi risultati del primo quarto del 2009 vedano Facebook in pole position. Una corsa inarrestabile alimentata soprattutto dai maggiori sforzi del team di Zuckerberg nell’internazionalizzazione del progetto.

Non sorprende dunque che, il crescente interesse per Facebook fra le masse di giovani della cosidetta Generazione Z, abbia spinto molti marketers e lo stesso Zuckerberg a considerare Facebook non più come mera piattaforma di gioco ma anche come un potente ed influente strumento di marketing. Il 7 Novembre del 2007 il ventitreenne CEO, del popolare sito di social networking, annunciava ad una folla di oltre 250 marketing executives che Facebook era pronto per offrire loro un nuovo “deal”. “Negli ultimi 100 anni i messaggi pubblicitari sono stati trasmessi passivamente ad un’audience di massa” affermava Mark, “oggi anche i marketers possono far parte di questa conversazione”.
Sfruttando la piattaforma di Facebook le aziende potevano finalmente trarre vantaggio dalle interazioni sociali degli utenti del sito e permettere alle “persone di influenzare altre persone”. Le parole del giovane Zuckerberg richiamavano in qualche modo il linguaggio di Paul Lazarsfeld e Elihu Katz nel loro libro “Personal Influence” (1955), un classico che si oppose alle teorie del mass marketing, per affermare la centralita’ degli “opinion leaders” nel rafforzare o negare i messaggi mediatici ed influenzare le masse tramite le relazioni sociali, passa-parola o esempi personali. Facebook si presentò alle aziende in questo modo, mettendo in luce il potere di Internet nell’identificare questi opinion leaders e stimolare la conversazione fra gli utenti di un network virtualmente infinito. Facebook si fece baluardo di quello che oggi viene definito “conversational marketing” e dell’interazione online fra marketers e consumatori, attraverso la quale quest’ultimi si scambiano pareri e consigli sui prodotti a colpi di clicks (word of mouse).
Su Facebook Advertising (www.facebook.com/ads) e’ possibile prendere visione della miriade di strumenti che il sito offre ai marketers per creare pubblicita’ e banners mirati a specifici target di consumatori. Esiste anche la possibilita’ di ricevere reports dettagliati con informazioni riguardo agli utenti del sito che hanno cliccato sul banner,ad esempio eta’, sesso, localita’. Ma forse cio’ che e’ piu’ interessante e, magari passato inosservato a molti degli utenti del sito, e’ la possibilita’ di “stringere amicizie con prodotti, brands e aziende”. Ora, senza perdere tempo, fate un esperimento con il vostro stesso account di Facebook: cliccate su “Profilo” e quindi sul tab “Info”. In questa pagina troverete tutte le informazioni relative al vostro profilo, dai dati anagrafici ai gruppi di appartenenza e alle pagine preferite.
Se siete frequentatori abituali di Facebook e avete una tendenza a “stringere amicizie” con tutto cio’ di cui siete appassionati, vi sorprendera’ rileggere questa lista e vedere quanto rispecchi la vostra identita’, incluso le vostre preferenze di consumatore. Talora,quando siamo online, non ci rendiamo forse conto che “diventare fan di” significa letteralmente esprimere una propria opinione su un prodotto od una categoria di prodotti. I nostri amici vengono puntualmente aggiornati sulle nostre preferenze, tramite il sistema di notifiche sulla homepage di Facebook e, più o meno inconsapevolmente, avviamo un processo di passa-parola online. Senza volere diveniamo opinion leader e quindi in grado di influire sulle scelte dei nostri coetanei. Vi offro un esempio .Alcuni giorni fa ho visto un mio ex-compagno di classe diventare fan della “piadina romagnola”. Ora,ignoro cosa abbia spinto lui a “stringere questa amicizia” tuttavia, come espatriato e perenne nostalgico dei sapori del nostro Paese, ho sentito pure io il desiderio di condividere questa passione. Sta di fatto che,tutte le volte che accedo al mio Facebook ,trovo puntualmente un paio di banners che mi suggeriscono di diventare anche fan della “salama da sugo ferrarese” o del “Papeete”. Un’interessante coincidenza direte voi o forse un efficace esempio di direct marketing.
Inoltre ho recentemente scoperto che se diventi fan di un prodotto che possiede lui stesso un profile su Facebook, quel prodotto puo’ poi inserire il tuo nome e foto in uno dei banners sparsi qua e la’ sul sito. Secondo Facebook un utente deve, in prima persona, esprimere un giudizio o compiere una “social action” per avere il proprio profilo associato ad un messaggio pubblicitario. Questo non e’ limitato alla sola funzione “Become a fan of”. Secondo il portavoce di Facebook ,Brandee Barker, questa “attivita’ sociale” puo’ essere intesa come qualsiasi interazione dell’utente con una brand, quale il download di un’applicazione, un video o il click su un link di un banner in homepage.
Pare materia da “1984” ma in molti sostengono che non esiste alcuna invasione della sfera privata, in quanto siamo soltanto noi a decidere di creare un’identita’ online, esprimere le nostre opinioni e coinvolgere i nostri amici e coetanei nelle nostre scelte. Senza dilungarmi troppo lascio a voi la libertà di riflettere su questo e di esprimere il vostro parere qui sotto. Come ultima nota aggiungo che presto sara’ il compleanno di una mia amica… ho controllato il suo profilo Facebook sotto il tab “Info” ed ho verificato che e’ una fan di “Baci Perugina”, “Biscotti Colussi”, “Gioelli Tiffany”, “Abercrombie”, “Martini rosso”, etc… Senza sperperare con i girelli, credo tuttavia che avro’ un paio di interessanti alternative per sorprenderla ugualmente!
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In seguito al formidabile successo dell’azienda di Taiwan, Asustek, e dell’indiana HCL, i computer vendors stanno sempre più prendendo in considerazione i mini-laptops, come una delle più promettenti innovazioni per il futuro dell’industria.
Alcuni anni fa, il famoso professore del MIT di Boston ha proposto la sua idea per la fondazione One Laptop per Child, finalizzata alla produzione di PC da soli $100. Alcuni anni dopo fu lanciato sul mercato l’XO, un laptop dal design innovativo ed accattivante, arricchito con funzionalità all’avanguardia.
Peccato che il suo prezzo da listino fosse superiore di ben oltre i $100 previsti da Negroponte.
L’idea di diffondere queste nuove macchine nei Paesi emergenti o del Terzo Mondo non apparve più così facilmente realizzabile. Stessa sorte ebbe il Classmate PC, sviluppato dagli ingegneri Intel del centro di Shanghai. La svolta si è avuta quando il concetto di produrre un computer in miniatura, con
funzionalità base per permettere una conveniente portabilità, è stato adottato dall’azienda di Taiwan Asustek Computer che, il 5 di Marzo 2008, ha esibito al CeBit di Hannover, il suo nuovo Eee PC, il più avanzato modello di mini-laptop.
Il computer può avere come sistema operativo sia Windows XP che Linux, 1Gb di flash memory e un discreto monitor da 9 pollici, il tutto per un prezzo competitivo che si aggira attorno ai $650. Il business model di Asustek tuttavia non prevede come consumatori finali gli studenti dei villaggi rurali della Nigeria ma utenti negli Stati Uniti, in Giappone ed Europa che ricerchino funzionalità, alte prestazioni e portabilità. L’indiana HCL ha lanciato il suo MiLeap X da 7 pollici, a soli $350, sempre puntando sugli stessi mercati; Acer e HP sono già entrate in questo segmento di mercato con altre offerte
competitive.
Non è solo una questione di prezzo e portabilità. Le case produttrici hanno raggiunto risultati inaspettati a distanza di pochi mesi dall’uscita dei loro mini-laptops. Questo è avvenuto in seguito anche al cambiamento nel modo di utilizzare un PC. Ricordate quando ogni volta che si voleva lanciare un applicativo bisognava installare un software sulla propria macchina e magari installare ulteriori plug- in per avere ulteriori funzionalità? Oggi con la diffusione di Internet a banda larga è possibile far tutto online, tramite quei siti che inizialmente sono stati definiti come Web 2.0 ed oggi, più correttamente, piattaforme SaaS (Software as a Service).
In poche parole, non c’è più bisogno di installare MS Office sul proprio computer quando si possono creare documenti word, excel e presentazioni in Power Point tramite siti come Zoho o Google Docs. Oggi si può fare tutto online, dalla creazione alla conservazione dei propri documenti su un server.
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Nonostante alcune voci riguardo un possibile accordo fra Apple e il più grande operatore telefonico cinese, nessuno ancora sa quando la versione ufficiale del tanto desiderato iPhone farà il suo ingresso nel mercato cinese. Tuttavia il mancato accordo non ha arrestato la sorprendente ascesa dello smartphone della Apple, conosciuto in Cina come ‘Ai Feng’ (‘Love Craze’), tesa a farlo diventare uno dei telefoni più richiesti sul mercato nero.
L’iPhone infatti è già disponibile sul mercato cinese nelle maggiori metropoli, in tutti i centri commerciali e disponibile anche su alcuni siti e-commerce online. Esistono forum e bulletin boards con più di 170.000 utenti, sui quali i tecnofili cinesi si scambiano cracks e stringhe di codice per attivare il telefono con il proprio operatore o personalizzarlo con programmi e software scaricati da Internet. Il sito Zhong Guancun offre un servizio simile a quello di Amazon, con descrizione dei telefonini, reviews e punteggi per i venditori e servizio clienti 24h su 24.
Anche se tutti questi servizi possono apparire legittimi, in realtà il mercato cinese degli iPhone è completamente illegale. Ogni iPhone venduto in Cina è ‘aperto’ (unlocked) verso qualsiasi operatore e nessuno possiede un certificato di garanzia della Apple. Quindi, nonostante lo smartphone sia prodotto in Cina, il telefonino deve prendere la strada del mercato nero per poter raggiungere i consumatori cinesi.Nonostante Apple abbia tentato di combattere questo fenomeno, richiedendo l’acquisto solo tramite carta di credito e limitando l’acquisto di soli due iPhone per persona, il commercio illegale continua inarrestabile. In aggiunta i prezzi degli iPhone cinesi sono quasi 3 volte inferiori a quelli degli Stati Uniti, a conferma di quanto questo canale di distribuzione sia efficiente.
Tuttavia c’è anche chi non si trova totalmente soddisfatto con il modello iPhone disponibile sul mercato cinese. Il blogger Ke Suowo infatti sostiene che, anche se gli iPhone reperibili in Cina hanno un sistema operativo tradotto in Cinese, mandare messaggi di testo risulta ancora difficoltoso. I messaggi in arrivo, infatti, si possono leggere tramite il sistema interno ma per digitare un SMS è ancora necessario ricorrere ad un’applicazione che deve essere scaricata da Internet e che non sempre risulta compatibile con il firmware del telefono. Sembrerebbe una sciocchezza ma per i consumatori cinesi, la funzione SMS è molto più importante della semplice chiamata in quanto in Cina non è ancora disponibile il servizio di segreteria telefonica. Non sembra, tuttavia, che questi bugs abbiano arrestato la corsa agli iPhone in Cina, al contrario la domanda sembra crescere a dismisura, riconoscendo l’iPhone come status symbol per emergere dalla massa.
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Radar Network è sul punto di lanciare la versione ufficiale di Twine, la sua prima application basata sul Web Semantico. In caso non siate al corrente dell’evoluzione della creatura di Sir Tim Berners-Lee, il Web Semantico è stato annunciato come qualcosa che rivoluzionerà il modo in cui concepiamo la Rete al giorno d’oggi.
Al momento ogni frammento di informazione che troviamo sul Web è descritto utilizzando Resource Description Framework (RDF) e “taggato” con Web Ontology Language (OWL), in modo tale che acquisti un significato per gli utenti della Rete. La nuova forma di Web Semantico utilizza intelligentemente queste porzioni aggiunte di significato per offrire all’utente risultati più coerenti e “consapevoli” del contesto di ricerca.
Twine ha la capacità di estendere questa analisi semantica dei contenuti a tutta l’informazione raccolta in un personal computer – emails, siti visitati, feeds – e generare automaticamente le tags semantiche. L’applicazione è gratuita, poiché supportata da diversi sponsors, ma le versioni premium saranno a pagamento, offrendo ulteriori funzionalità all’utente come pannello admin e opzioni per lo storage dei files.
“Sono piuttosto scettico all’idea che delle macchine possano essere capaci automaticamente di individuare il significato di files e web pages senza che questo sia stato precedentemente inserito dall’utente tramite tags o keywords – sostiene Michael Smith di PCMagazine – Prendiamo per esempio una pagina web che contenga informazioni circa un prodotto. Una televisione: è una televisione a schermo piatto, costa $999. Questa è una mera descrizione.
Senza che nessuno fornisca le metadata come può un algoritmo individuare quale informazione è rilevante e possiede significato per l’utente?” Probabilmente sta proprio in questo l’incredibile innovazione di Radar e il segreto della sua nuova applicazione, bisognerà di certo dar credito all’azienda Americana, almeno per il semplice fatto di aver tentato quest’impresa colossale.
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La storia di MercadoLibre sembra davvero uscita dal copione di un film di Hollywood ma, come tutte le storie più eccezionali e avvincenti, non si tratta di una favola bensì di vita reale. Marcos
Galperin aveva solo 26 anni quando, nel lontano 1999, ebbe forse l’incontro più importante della sua vita…per lo meno finanziaria!
Dopo aver assistito ad una lezione di entrepreneurship da parte del miliardario John Muse, fondatore della società di private equity leader nel mondo HM Capital Partners, Galperin ebbe la fortunata occasione di fare da chauffeur a Muse e condurlo al suo jet privato.
In quei fatidici dieci minuti di tragitto all’aeroporto, Galperin presentò a Muse il suo sogno di una vita, MercadoLibre. A quel tempo le azioni di Ebay avevano fruttato di circa 197% rispetto all’anno precedente e l’America Latina rappresentava un mercato allettante per il commercio online, considerando i numerosi villaggi isolati e privi di grandi centri, significativa ed unica opportunità per i commercianti che volevano raggiungere rapidamente i propri clienti su tutto il territorio nazionale.
Muse si dimostrò subito entusiasta dell’idea e chiese espressamente di diventare uno dei principali
investitori. Nel giro di pochi mesi MercadoLibre divenne il più popolato sito e-commerce dell’America Latina con oltre 22 milioni di utenti registrati, un commercio del valore di oltre
$656 e fatturato di $1.6 milioni.
Con queste cifre da capogiro, trovare nuovi investitori non fu quindi molto difficile. Nel 2000, Galperin firmò un contratto da $46 milioni con Goldman Sachs e nel 2001 Ebay stessa decise di comprare il 19.5% delle azioni, per non perdere il treno del mercato latino-americano. Molte sono le analogie con il famoso sito americano di aste come il servizio di pagamento diretto online tramite MercadoPago, il corrispettivo di PayPal, anche se, come ricorda Galperin,
molti sono stati gli adattamenti per dare al portale una connotazione più ‘latinoamericano’ possibile.
Al momento la popolarità e le entrate del sito possono solo aumentare di pari passo con la diffusione della banda larga in Sud America. Secondo una ricerca redatta da InternetWorldStats.com infatti, solo il 21% della popolazione sud americana é connessa ad Internet rispetto il 70% del Nord America. Tuttavia Galperin dovrà fare sempre più i conti con i problemi della sicurezza online e delle frodi elettroniche. Imparare dagli errori di Ebay sarà dunque sempre un fattore chiave per il successo del sito e-commerce lationamericano.
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Hal Abelson, docente al Massachusetts Institute of technology (MIT), ha di recente concluso il suo corso “Sviluppa un’applicazione per il tuo cellulare” affermando: “Un corso come questo non poteva essere immaginabile 10 anni fa e forse neppure lo scorso anno. Tuttavia sono sicuro che, nel giro di un paio di anni, diventeranno la norma in tutte le universita’”.
Gruppi di studenti del MIT sono stati coinvolti nella realizzazione di una serie di applicazioni per Windows Mobile, Android e Symbian, sotto l’occhio attento e vigile di guru e project managers di Google, Nokia, Bank of America e Microsoft. Alcuni di questi progetti sono rimasti a livello concettuale o meglio embrionale, altri invece sono diventati rapidamente soluzioni robuste e versatili che hanno trovato sin da subito un’applicazione commerciale sulle varie piattaforme software disponibili sul mercato.
Riportiamo qui sotto tre esempi per ciascuno dei sistemi operativi piu’ diffusi sul mercato:
Memento (Android)
Questa applicazione aiuta a classificare automaticamente le foto scattate con il proprio Google phone, mostrandone l’esatta collocazione su Google Map. Permette pure l’opzione di condividere alcune delle foto con gli amici, inviandole sul proprio sito di photo-sharing preferito, mantenendo privata l’informazione relativa al luogo in cui lo scatto e’ stato effettuato. Si tratta di una soluzione molto semplice e perfetta per tutti coloro che odiano classificare le proprie foto online.
Mem2D (Windows Mobile)
Mem2D e’stato disegnato per aiutare i passanti ad archiviare e ricordare informazioni importanti, stampate sui volantini che si ricevono o si leggono per strada. I volantini sono creati usando una semplice piattaforma online che permette di inserire uno speciale codice a barre identificativo. In questo modo le persone che sono interessate all’evento possono semplicemente scattare una foto del codice a barre e vedersi trasmettere sul proprio cellulare tutte le informazioni necessarie,quali data, luogo, costo del biglietto d’ingresso, ect. Queste possono essere salvate sul proprio account Mem2D e scambiate con gruppi di amici online.
Eclectyk (Symbian)
Eclectyk usa la tecnologia NFC (Near-Field Communication) per sostituire la miriade di carte presenti nel proprio portafoglio, con una semplice applicazione per il cellulare. Puo’ essere utilizzata per carte di credito, carte d’identita’, patente, è in grado inoltre di aprire porte abilitate da tecnologia NFC. L’applicazione dispone pure di una funzione di sharing per i biglietti, questa per esempio permette a chi arriva per primo al cinema di acquistare più biglietti e di inviarli via cellulare agli amici. Il sistema e’ stato creato in collaborazione con Nokia e Bank of America.
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Scott McNealy di “Sun Microsystem” l’ha definito “il maledetto Web-tone”, come l’erede digitale del ringtone ,dei telefoni cellulari, IBM l’ha nominato “Computing on-demand”, altri, incluso N. Carr, “grid computing” o piu’ semplicemente Software as a Service (SaaS). L’ultima definizione e’ “cloud computing” per definisce un fenomeno o trend tecnologico che sta letteralmente rivoluzionando l’universo IT, così come lo conosciamo.
Il principio che sta alla base del cosidetto cloud computing e’ in effetti molto semplice ed efficace. Invece di installare software e dati sul proprio computer, il tutto e’ salvato su di un server collegato alla Rete. Dove si trovi o si collochi questo server non e’ importante. I dati infatti possono anche essere salvati su diversi servers, lungo la dorsale di Internet. Tutto si trova nell’etere, nell’Universo Internet, da qui l’analogia con la “nuvola”. Sullo stesso tono, N.Carr nel suo libro “The Big Switch” ha paragonato il nuovo sistema di computer interconnessi, alla rete elettrica dei tempi di Edison che trasformò l’energia elettrica in un servizio di pubblica utilita’. A quel tempo,senza la necessità di utilizzare dinamo o generatori, i dispositivi venivano semplicemente connessi alla rete elettrica. La stessa cosa succede oggi con la nuova rete di computer (the World Wide Computers). I software (ovvero le moderne apparecchiature) non hanno piu’ bisogno di un supporto hardware (il computer intesa come moderna dinamo) per funzionare in quanto è possbile effettuare l’accesso direttamente online. Google Docs, Zoho, Saleforce sono i dispositivi del futuro, restando in analogia con la rete elettrica di Edison.
Non e’ difficile immaginare i vantaggi che emergono dal disporre di un archivio virtuale ondine, sempre accessibile in ogni momento, da qualsiasi dispositivo con accesso ad Internet. Il tutto elimina il bisogno di fare regolarmente backups dei propri dati per disporre degli stessi ovunque andiamo. Nell’industria IT molti sono persuasi che questo sarà il futuro, non esclusa Microsoft, l’azienda che fra le prima ha coniato il concetto del software come applicazione che deve essere installata sul proprio sistema hardware.Essa sta oggi guardando al Cloud Computing come al passaggio successivo, necessario per la sua evoluzione (vedi tentativo di acquisire Yahoo). Apple offre MobileMe, un sistema online che permette di sincronizzare automaticamente appuntamenti, bookmarks e liste di contatti da iMac, MacBook Pro e iPhone. Molte aziende hanno sfruttato l’idea del cloud computing per “affittare” ,dai cosidetti service providers, memoria e computer power per le proprie operazioni, senza dover disporre di data centers in-house.
Qualche lettore si sorprenderà nell’apprendere che Amazon, azienda diventata famosa per la vendita di libri online, ha concentrato la maggior parte del suo business nel cloud computing, mettendo a disposizione dei propri clienti (dalle piccole medie imprese alle grandi enterprises) potenti data center sui quali archiviare, in totale sicurezza, le infomazioni aziendali, nonché i software e i dati piu’ confidenziali. Aziende come Eli Lilly, The New York Times e National Geographic rientrano nel portfolio dei clienti Amazon S3 (Simple Storage Service). InfoTrends prevede una crescita nel cloud computing da circa $16 milioni quest’anno a $42 milioni nel 2012. Tramite la diffusione della banda larga e il perfezionamento dei sistemi di sicurezza e protezione della Rete, la “nuvola” possiede davvero tutte le carte per rivoluzionare l’universo IT dei prossimi 20 anni.
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Internet e’ stato accolto da molti come paradiso utopico di collaborazione alla Web 2.0, risorsa inesauribile di informazione, piattaforma per il commercio elettronico e nuovo canale di distribuzione globale per il proprio business. Tuttavia Internet, come un Giano bifronte, ha sempre mostrato due facce della stessa medaglia e anche chi e’ riuscito fino ad oggi ad esaltatarsi solo per gli aspetti positivi della Rete, si e’ sicuramente imbattuto qualche volta in episodi di violazione della propria privacy, rischiando di diventare oggetto di insolite ma preoccupanti operazioni di sorveglianza elettronica (e-surveillance).
Molti di noi credono di poter rimanere sempre anonimi quando navigano per la Rete,pertanto molto spesso non consideriamo Internet solo come uno shopping centre o una biblioteca virtuale ma come un diario o addiritura un confessionale! Tuttavia la nostra convinzione di “ integrità” e’ molto spesso solo un’illusione! Informazioni dettagliate riguardo tutto cio’ che cerchiamo e visitiamo online sono raccolte e conservate, nei grandi data centers aziendali e statali e,con sempre maggiore facilità connesse alle nostre vere identita’, tramite numeri di carta di credito, user names, indirizzi IP che forniamo, volontariamente o no, tutte le volte che siamo online. La famosa striscia del New Yorker del 1993: “On the Internet, nobody knows you’re a dog” non e’ piu’ valida. In realta’ il sistema contiene molti piu’ dati riguardo la nostra identita’, professione ed interesse di quanto si potesse immaginare,evidenziando la capacita’ di raccolta di piccoli pezzi di informazione sparsi qua e là, davvero inimmaginabile.
Sicuramente la piu’ interessante applicazione di Internet come “tecnologia di controllo” e’ quella di poter anticipare ed imparare al meglio come soddisfare le esigenze dei consumatori. L’esempio piu’ illuminante dell’evoluzione e sofisticazione del Web Marketing puo’ essere osservato nell’advertising. Piuttosto che essere dominato da banner pubblicitari generici ed isolati, l’advertising online e’ sempre piu’ connesso alle ricerche online o ad altri indicatori di identita’ e di desideri dei consumatori. Nell’esaltazione e trionfo incontrastato del consumismo online, MySpace e’ arrivata addiritura ad incoraggiare i propri membri a diventare “amici” delle varie corporations e dei loro prodotti. Nel corso del 2006, per esempio, oltre 85.000 persone avevano inserito Toyota Yaris nel loro entourage di amici, trascinate dall’avvicente campagna pubblicitaria lanciata dal colosso giapponese sul sito della comunita’ virtuale. In un articolo della Technology Review, Wade Roush scrive:”MySpace puo’ in effetti essere considerata come una delle piu’ grandi piattaforme di “product positioning” e “personal product placement”.
Tuttavia Internet non e’ solo un canale per il marketing ma pure un laboratorio di ricerca per l’affermazione di nuove strategie e strumenti per raggiungere il cliente. E’ un dato di fatto che l’advertising e il promotion sono sempre stati storicamente imprecisi ed approssimativi. Una famosa citazione del magnate John Wanamaker afferma”Metà dei soldi spesi in advertising e’ sempre persa. Il problema e’ che non so quale metà’’. L’era del World Wide Computer e di Internet come tecnologia di controllo e’ stata accolta dal business con la speranza di cambiare tutto questo e con la prospettiva di offrire alle aziende un maggior controllo sui desideri e bisogni dei consumatori. E’ tuttavia tutto questo eticamente possibile? Internet e’ forse la versione elettronica del Panopticon di Bentham?
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Il consulente è un professionista della comunicazione ed esperto di una precisa tematica (…)