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	<title>Kizuna</title>
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	<description>Francesco Pignatti's Blog</description>
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		<title>Don&#8217;t know how I feel</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 21:11:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8230;ogni tanto mi viene ancora da chiedermi come sono capitato fin qua, nella citta&#8217; dell&#8217;Oltre Manica dove popoli e culture di tutto il mondo si incontrano da secoli&#8230;Vivere a Londra e&#8217; davvero come vivere nella NYC europea del &#8220;melting pot&#8221; culturale! Eppure a volte non mi sento parte di questo mondo&#8230; non ho mai lavorato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;ogni tanto mi viene ancora da chiedermi come sono capitato fin qua, nella citta&#8217; dell&#8217;Oltre Manica dove popoli e culture di tutto il mondo si incontrano da secoli&#8230;Vivere a Londra e&#8217; davvero come vivere nella NYC europea del &#8220;melting pot&#8221; culturale! Eppure a volte non mi sento parte di questo mondo&#8230;</p>
<p>non ho mai lavorato in Italia, ho voluto fuggire dal suo sistema universitario ormai a pezzi e senza speranze&#8230;forse sono stato troppo ambizioso? forse ho messo la mia carriera davanti a tutto? compresa famiglia, amici e il resto? Mi sento uno schifo se la penso cosi&#8217;&#8230;eppure tutte le volte che scendo a Finale mi sento uno straccio poi a ripartire&#8230;si, a Londra ho il lavoro, l&#8217;amore, ma in Italia ho la famiglia, la spensieratezza della mia vita da studente, il caldo e i colori della campagna e del vuoto che si staglia per Km e Km&#8230;questo mi manca! Un giorno tornero&#8217;&#8230;prima di quanto tu possa immaginarti!</p>
<p>&#8230;ieri ho visto Gomorrah, dopo aver letto il libro di R.Saviano&#8230;buffo perche&#8217; siamo stati costretti a metter i titoli in inglese per capire il napoletano stretto! Forse non avrei mai visto questo film se vossi rimasto in Italia&#8230;vivere all&#8217;estero mi rende piu&#8217; curioso nei confronti delle cose che succedono nel mio Paese! e cosi&#8217; dopo il film cerco su YouTube le interviste all&#8217;autore, Fabio Fazi e poi il TG&#8230;<br />
Dicono che sempre piu&#8217; giovani se ne vanno dall&#8217;Italia&#8230;<br />
ormai e&#8217; diventata una moda! Southbank, Sloane Square, Notting Hill sono piene di Italiani&#8230;a Rosso Pomodoro credi di essere tutt&#8217;ad un tratto a Napoli, a mezzogiorno, con la gente che passeggia sui marciapiedi&#8230;sembra quasi che l&#8217;Italia che fa vergognare, l&#8217;Italia di cui parla Saviano non esista proprio da queste parti&#8230;eppure c&#8217;e'! </p>
<p>Dipende dal tuo stato d&#8217;animo, da come ti senti e tutto il mondo davanti agli occhi si colora o si tinge di nero&#8230;grigio fumo di Londra&#8230;</p>
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		<title>A night in Kensal Green</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 06:49:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Fucking Hell!” tutta la notte continuava a ripetere Milan, il mio roomate da Bratislava. Era incredibile infatti quanto un ragazzetto di appena diciotto anni potesse russare così rumorosamente nel cuore della notte. Non riuscivo a dormire. Era una di quelle notti in cui la mia mente ha bisogno di fermarsi per riflettere, pensare e progettare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Fucking Hell!” tutta la notte continuava a ripetere Milan, il mio roomate da Bratislava. Era incredibile infatti quanto un ragazzetto di appena diciotto anni potesse russare così rumorosamente nel cuore della notte. Non riuscivo a dormire. Era una di quelle notti in cui la mia mente ha bisogno di fermarsi per riflettere, pensare e progettare le mie prossime mosse. Così ho tirato fuori il mio laptop da sotto il letto e mi sono messo a scrivere. In quella stanza buia non si sentiva che il ronfare di quel ragazzo polacco e di suo zio che ogni tanto si lanciava in un monologo nel sonno più profondo. </p>
<p>I due avevano avuto una discussione alcolica prima di coricarsi esausti, pieni fino all’orla di quel coca e whisky comprato nel negozio brasiliano sotto casa. “Fucking Hell!” continuava Milan, poi si voltava per esprimere tutto il suo disappunto in una scoreggia. Domani sarebbe stata un’altra dura giornata di lavoro per lui costretto ad appendersi a dei castelli da imbianchino per guadagnare qualche pounds per la notte. Eppure era così felice e pieno di speranze per un futuro che, dice lui, lo avrebbe visto guidare auto da milioni di dollari e una piccola azienda di costruzioni. “This is just the beginning” continuava a dirmi. Non aveva neanche un asciugamano per asciugarsi dopo la doccia. </p>
<p>Poi siamo andati di nuovo online per cercare una casa su gumtree.com. Di fronte a noi sedevano due ragazze tedesche intente a fare la medesima operazione. Milan si è segnato alcuni indirizzi e numeri di telefono compreso un annuncio di una camera da condividere con alcune ragazze polacche, messicane e slovene. Ha cerchiato più volte quell’annuncio sul suo foglio e vi ha pure inserito una nota a margine: “Big Fuck”. L’indomani avrebbe chiamato quei numeri.</p>
<p>Infine mi hanno rubato anche la cena: la scarola di tacchino tagliato a fette Bernand Matthews che avevo comprato da Morrison. E’ incredibile mi sono detto! Eppure non posso alzare il dito contro nessuno. Il ladro non ha lasciato tracce se non appiccicosi segni di ketchup sulla sportina. Ma I don’t mind, domani ho intenzione di inviare il mio CV e tutte le carte per quell’intership in centro quindi chiudo gli occhi e provo a dormire un po’. Fuori Londra è sospettosamente silenziosa. Possibile che il casino debba provenire tutto dalla mia camera?! “Fucking Hell!&#8221;</p>
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		<title>Quello che le celebrità portano sulle spalle</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 06:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I loro nomi sono Betty, Ramona, Roxanne, Julie e fanno letteralmente impazzire migliaia di donne. Non sono attrici o celebrità dal mondo dello spettacolo, ma il nome delle borsette più desiderate e ricercate di quest’estate. Ogni stagione vi è il lancio di pochissimi modelli che vengono subito etichettati come &#8220;It bags&#8221;. Si tratta di edizioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I loro nomi sono Betty, Ramona, Roxanne, Julie e fanno letteralmente impazzire migliaia di donne. Non sono attrici o celebrità dal mondo dello spettacolo, ma il nome delle borsette più desiderate e ricercate di quest’estate. Ogni stagione vi è il lancio di pochissimi modelli che vengono subito etichettati come &#8220;It bags&#8221;. Si tratta di edizioni limitate, prodotte dai più grandi designers e spesso, inizialmente, messe nella mani delle stars più chic di Hollywood per rafforzare il potere carismatico di questi gioielli. Fama e classe ti sono automaticamente trasferite se ne possiedi una. “Coloro che possono permettersi di comprare una borsetta di questo tipo devono sicuramente essere  esperte di prodotti di lusso perchè ogni “It bag” è veramente unica”, spiega Maike Senger, fondatore di un sito Internet che mette a disposizione borsette di lusso a noleggio. Per i grandi nomi del mondo della moda, il termine “It bag” è diventato un importante strumento del marketing strategy. </p>
<p>Tuttavia, secondo il sito inglese handbag.com, una borsetta può acquistare valore ed unicità solo quando è il risultato di un&#8217;attenta combinazione di diversi elementi del marketing mix: designer label, stile e media advertising. </p>
<p>In questa stagione, Yves Saint Laurent, Prada e Chloé sono al vertice della classifica dei modelli più trendy e ricercati. Per i più indecisi i risultati di uno studio condotto da People magazine possono facilitare il processo di selezione della borsetta preferita. La domanda: &#8220;Quale star possiede questa particolare borsetta?&#8221; può essere la chiave nel definire una borsetta come “It bag” o no. &#8220;Se la possiede Kate Moss, allora è una It bag&#8221; afferma Senger.  Le It bags sono prodotte solo in numero limitato. &#8220;Alcune persone sono elettrizzate dalla ricerca del modello più raro&#8221; dichiara Andreas Rose, consulente di moda in Francoforte. &#8220;Per altre donne, il brivido è possederne una delle 5000 in commercio, proprio come quella di Sharon Stone&#8221;. Prima dell&#8217;inizio della stagione, i designers vestono stars come Kate Moss, Paris Hilton o Madonna per stabilire i trends della moda del momento. Come testimonials, modelle e personaggi dello spettacolo diventano ai nostri occhi icone di classe e raffinatezza, aiutando a trasmettere il messaggio di unicità del prodotto. </p>
<p>Inoltre si tratta sempre di un investimento sicuro per un prodotto dal valore intramontabile, la borsetta può essere sempre rivenduta ad un buon prezzo su Ebay. Infine, per le donne che non possono permettersi di acquistare uno di questi gioielli, il sito di Senger rappresenta sempre un&#8217;ottima alternativa. I visitatori possono registrarsi e scegliere borsette a noleggio da un vasto network di designers, da Coccinelle a Gucci. Solitamente il tipo di borsetta sul quale una cliente pone l’attenzione, dipende dal tipo di spesa che è disponibile a sostenere mensilmente. I prezzi infatti variano da 29 a 79 euro al mese.</p>
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		<title>Aspre critiche contro BarbieGirls.com</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 06:22:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esporre i più piccoli ad episodi di bullismo e favorire una precoce ed errata scoperta del proprio sesso, sono le accuse rivolte alla Mattel per il sito Barbie Girls. Critici sostengono che il portale community può potenzialmente scatenare fenomeni di bullismo e facilitare l&#8217;insorgere di disordini alimentari nelle bambine. Al sito Barbie Girls virtual community, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esporre i più piccoli ad episodi di bullismo e favorire una precoce ed errata scoperta del proprio sesso, sono le accuse rivolte alla Mattel per il sito Barbie Girls. Critici sostengono che il portale community può potenzialmente scatenare fenomeni di bullismo  e facilitare l&#8217;insorgere di disordini alimentari nelle bambine. </p>
<p>Al sito Barbie Girls virtual community, bambine di tutto il mondo possono creare il loro personaggio virtuale, disegnare l&#8217;abbigliamento e make-up così come partecipare a conversazioni online con altri membri registrati alla community, tramite chatrooms. In apparenza niente di troppo pericoloso dunque, se non un&#8217;efficace strategia di marketing per fidelizzare le consumatrici al prodotto, sfruttando le potenzialità della Rete. Tuttavia, alcuni critici hanno ritenuto che il sito promuovesse immagini e contenuti inadeguati per consumatori psicologicamente troppo fragili come bambine di 6 anni. Il sito incoraggerebbe le utenti a maturare troppo velocemente sia da un punto di vista sessuale che &#8220;stilistico&#8221;. Al giorno d&#8217;oggi  i giovani hanno libero accesso ad informazioni che,senza remora alcuna, sarebbero state filtrate o censurate dai genitori di 10 anni fa. Il dottor Aric Sigman, dal British Psychological Society, sostiene che “le bambine apprendono il significato del sesso precocemente e siti come questi incoraggiano a dare più importanza alla propria immagine e aspetto formale (come vestiti e make-up) piuttosto che ad altri valori più profondi, forzando una precoce affermazione del proprio sesso&#8221;. Inoltre, immagini di bambole dalla silouhette perfetta come Barbie sono causa iniziale di diversi disordini alimentari o problemi di autostima nelle più piccole. </p>
<p>Il sito Internet, accessibile al link www.BarbieGirls.com, dispone di diversi filtri e protezioni contro pedofili o visitatori esterni, tuttavia Chris Cloke, direttore del NSPCC Child Protection Group, afferma che i dialoghi e le relazioni che si instaurano fra le bambine in queste chatrooms possono essere  rischiosi. &#8220;Il bullismo online sta rapidamente crescendo e NSPCC ritiene importante definire una strategia per limitarne l&#8217;impatto sulla psicologia infantile&#8221; e, continua, &#8220;è un vero ed importante fenomeno che deve essere controllato monitorando siti come questo, in modo che i bambini possano essere realmente protetti&#8221;. Barbie Girls virtual community si espanderà ulteriormente quest’autunno con l&#8217;apertura in altri 12 Paesi, compresa l&#8217;Italia. Auspicabile è che si pervenga dunque ad un giusto equilibrio fra promozione di un prodotto che affascina da sempre il mondo giovanile e salvaguardia di valori fondamentali  per i più piccoli.</p>
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		<title>A shift in Innovation Paradigms</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 09:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
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		<description><![CDATA[According to Henry Chesbrough (2003d), we are witnessing a radical shift in innovation paradigms moving from closed business models to more open and globally-linked models. In his research, the author uses explicitly the expression “paradigm shift” by the historian of science Thomas Kuhn, to emphasize the radical fundamental change in how companies commercialize industrial knowledge. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>According to Henry Chesbrough (2003d), we are witnessing a radical shift in innovation paradigms moving from closed business models to more open and globally-linked models. In his research, the author uses explicitly the expression “paradigm shift” by the historian of science Thomas Kuhn, to emphasize the radical fundamental change in how companies commercialize industrial knowledge. In simple words, closed innovation is nothing but the predominant business model used by most major U.S. corporations to run their labs for most of the twentieth century. It is the strategic model that Xerox used to manage its PARC research facility. Closed innovation is a view that says “successful innovation requires control” (Chesbrough, 2003d: xx). Yet, according to the paradigm firms must be strongly self-reliant and independent, because it is always hard to manage successful business partnerships with other companies without running into troubles.</p>
<p>The idea is that: “If you want something done right, you have got to do it yourself” (Chesbrough, 2003d: xx). The past success of the closed innovation paradigm was mainly due to the centralized knowledge landscape of the twentieth century. Although we were witnessing to numerous scientific revolutions with discoveries made by famous scientists such as Einstein, Bohr, Maxwell, Curie, the norm of science at that time suggested that the scientific community would have not benefited from the practical use of its inventions. “Emulating the norms of ‘pure’ science held in German universities, U.S. scientists regarded the pursuit of practical knowledge as ‘prostituted science” (Chesbrough, 2003d: 22). Thus, although the knowledge generated within universities seemed to hold great promise, the growing enterprises of that time could not rely on this valuable know-how being transferred in the industry. As a consequence of this isolationism, universities lacked the financial resources to conduct significant experiments and come up with revolutionary advancements themselves. Neither government played a great role in the research system by offering assistance and support in the form of financial grants.</p>
<p>As a result of the scarce participation of leading universities and government in the commercial application of science, the industry became the primary source of research funding for practical use of knowledge, and industry R&amp;D laboratories were the primary locus of this industrial research. Historian Alfred Chandler (1990) documented the choices of many industrial enterprises during this period. Among his important findings was the role of companies’ internal R&amp;D functions in creating economies of scale in their business. The institution of the central research lab and internal product development was thus a critical element of the rise of the modern industrial corporation (Chesbrough, 2003d: 24). Outside the fortified central R&amp;D castles, the knowledge landscape was assumed to be rather barren. This was also when the term ‘not invented here’ was first coined. Basically, if a technology was not developed inside a company (i.e. not invented here), the firm could not be sure of the quality, performance and availability of the particular technology. Moreover, because of the closed nature of the system, the intellectual property (IP) generated in the internal R&amp;D departments was closely guarded from fraudulent conversion.</p>
<p>The golden age of R&amp;D was an age of severe vertical integration, born of necessity (since there were few capable external alternatives) and of virtue (since it was easy to capture value from one’s R&amp;D when one controlled the entire value chain of business activities) (Chesbrough, 2003d: 30) […]</p>
<p><a title="A shift in Innovation Paradigms" href="http://www.francescopignatti.com/articles/PDF/A%20shift%20in%20Innovation%20Paradigms.pdf" target="_blank">Read the full Chapter &#8220;A shift in Innovation Paradigms&#8221;</a></p>
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		<title>An exploratory study of Open Innovation practices in Europe and their impact on firms’ global innovation networks [excerpt]</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 09:26:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Innovation is a core business necessity, thus companies that do not innovate die. Many academics and practitioners have emphasized the value of innovation as a fruitful way for firms to enhance their business performance and prosper (Collins &#38; Porras, 1994; Christensen, 1997; De Geus, 1997; Cobbenhagen, 2000; Tidd et al., 2005; Porter, 1983; 1985; Kelly, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Innovation is a core business necessity, thus companies that do not innovate die. Many academics and practitioners have emphasized the value of innovation as a fruitful way for firms to enhance their business performance and prosper (Collins &amp; Porras, 1994; Christensen, 1997; De Geus, 1997; Cobbenhagen, 2000; Tidd et al., 2005; Porter, 1983; 1985; Kelly, 2004; Drucker, 2007; Hamel et al., 1989; Brown, 2003; Schumpeter, 1934; Johnson et al. 2005). In addition, an effective knowledge and innovation management strategy may become an important source of competitive advantage in various industries (Kay, 1993; Porter, 1983; 1985; Schumpeter, 1934; Johnson et al. 2005).</p>
<p>Nevertheless, in today’s turbulent world, where change and diversification are strategic constants, companies cannot afford to merely rely upon their central R&amp;D departments for the development of new products or services. Hoping that what is cooking in the lab will turn up trumps is not a reasonable approach for a custodian of stockholder value in a ‘hypercompetitive environment’ (D’Aveni, 1994). Very often, successful innovation results from the planned and deliberate combination of ideas, people, and objects from inside and outside the organization that spark new technological revolutions, sought after service concepts and effective business models (Boutellier et al., 2000).</p>
<p>The book ‘Open Innovation’ by Henry Chesbrough (2003d), describes an innovation ‘paradigm shift’ (Kuhn, 1962) from a closed to an open model. The open model has taken on greater saliency in light of the recent debate about globalization, Information &amp; Communication Technology (ICT) developments and the emergence of collaborative and cross-cultural groups such as the Open Source Software (OSS) movement (Maxwell, 2006). As Don Tapscott (2007: 20) pointed out “a new kind of business is emerging – one that opens its doors to the world, coinnovates with everyone, shares resources that were previously closed guarded, harness the power of mass collaboration, and behave not as a multinational but as something new: a truly global firm”.</p>
<p>As a matter of fact, according to Friedman (2005) and Chandler (1990) there are fewer economies of scale in R&amp;D than there were a generation ago as a consequence of rising development costs and shorter product life cycles (Chesbrough, 2006; 2007) [...]</p>
<p><a title="Open Innovation Europe" href="http://www.francescopignatti.com/articles/PDF/Open%20Innovation%20Europe%20Introduction.pdf" target="_blank">Read the full Introduction of the study</a></p>
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		<title>Information R/evolution</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2009 10:47:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
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		<description><![CDATA[This video explores the changes in the way we find, store, create, critique, and share information. This video was created as a conversation starter, and works especially well when brainstorming with people about the near future and the skills needed in order to harness, evaluate, and create information effectively.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>This video explores the changes in the way we find, store, create, critique, and share information. This video was created as a conversation starter, and works especially well when brainstorming with people about the near future and the skills needed in order to harness, evaluate, and create information effectively.</p>
<p><object width="425" height="355"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/-4CV05HyAbM&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999"></param><param name="wmode" value="transparent"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/-4CV05HyAbM&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" width="425" height="355"></object></p>
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		<title>La globalizzazione della comunicazione</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 21:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
				<category><![CDATA[Academia]]></category>
		<category><![CDATA[Technology]]></category>

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		<description><![CDATA[“Gli eventi dell’11 settembre sono stati simbolici anche in un altro senso: l’assalto terroristico ai grattacieli più famosi della città più famosa del mondo, compiuto dinanzi al più alto numero di telecamere che i moderni mezzi di comunicazione possano concentrare in un dato luogo, ha rapidamente acquisito una valenza di simbolo a livello globale, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="font-size: 10px; text-align: right;">“Gli eventi dell’11 settembre sono stati simbolici<br />
anche in un altro senso:<br />
l’assalto terroristico ai grattacieli più famosi<br />
della città più famosa del mondo,<br />
compiuto dinanzi al più alto numero di telecamere<br />
che i moderni mezzi di comunicazione<br />
possano concentrare in un dato luogo,<br />
ha rapidamente acquisito una valenza di<br />
simbolo a livello globale, che altri eventi,<br />
per quanto drammatici e cruenti,<br />
non potrebbero neanche sognarsi di avere.<br />
Ha dimostrato,<br />
in modo altrettanto drammatico e spettacolare,<br />
quanto globali possano davvero essere gli eventi”.<br />
Bauman Z. [2003, p. 82]</p>
<p>Una delle caratteristiche delle comunicazioni nel mondo moderno è la scala della loro diffusione, una scala che coinvolge l’intero pianeta (o quasi) con una velocità di trasmissione ormai prossima al suo limite massimo, la quasi istantaneità della successione causa-effetto. La riorganizzazione di spazio e tempo prodotta dallo sviluppo dei media è un aspetto di un più ampio insieme di processi che stanno trasformando il mondo moderno. Tali processi sono oggi comunemente indicati con il termine “globalizzazione” che non può essere volgarmente tradotta con i termini “internazionalizzazione” e “transnazionalizzazione”. Ancora una volta John B. Thompson  ne offre una sintetica definizione a punti:<br />
“C’è globalizzazione solo se le attività:</p>
<p>–	Hanno luogo all’interno di un’area planetaria o quasi tale (piuttosto che semplicemente regionale, per esempio)<br />
–	Sono organizzate, pianificate o coordinate su scala globale<br />
–	Comportano un qualche grado di reciprocità e interdipendenza, nel senso che attività locali di diverse zone del mondo determinano l’una la forma delle altre” .</p>
<p>La pratica di trasmettere messaggi attraverso grandi distanze non è nuova: in età premoderne sono state costruite reti complesse di servizio postale, autostrade politiche dell’impero romano. Ciò che contraddistingue la comunicazione nel mondo moderno è ancora una volta la “portata e il ritmo del cambiamento” [Giddens, 1994] reso possibile in primo luogo dall’avvento dei nuovi media elettronici. La globalizzazione delle comunicazioni si è rivelato un processo strutturalmente squilibrato, avvantaggiando sostanzialmente i pochi e accrescendo il knowledge-gap [Tichenor-Donohue ed Olien, 1970] delle parti più povere del mondo. Secondo la teoria dell’imperialismo culturale [Schiller, 1969] il motore del processo di globalizzazione delle comunicazioni sarebbe stato avviato dagli interessi commerciali delle grandi aziende della comunicazione (Time Warner, Bertelsmann, News Corporation…) e tale processo avrebbe prodotto una nuova forma di subordinazione delle culture tradizionali soggette ai valori e simboli occidentali.</p>
<p>Il nuovo sistema imperiale si sarebbe basato sulla supremazia economica degli Stati Uniti e sul know-how delle comunicazioni. Oggi con un’economia multipolare (non come nel secondo dopoguerra quando è stata formulata la teoria dell’imperialismo) è con l’avvento di “comunicazioni più democratiche” basate sulle reti telematiche risulta più difficile credere in modo assoluto alla teoria formulata da Schiller negli anni ’70 nonostante permanga, come è stato ben documentato da Castells, un profondo digital divide nell’accesso ad Internet per i Paesi più poveri del pianeta (vedi II capitolo: The Rise of the Network Society). Un altro aspetto da considerare che ridimensiona il potere della teoria dell’imperialismo culturale è il momento di appropriazione del prodotto simbolico trasmesso dai media. Secondo la “teoria degli effetti limitati” “l’efficacia della comunicazione di massa è largamente connessa a e dipendente da processi di comunicazione non mediale interni alla struttura in cui vive l’individuo ”.</p>
<p>“L’appropriazione dei prodotti dei media è sempre un fenomeno localizzato: coinvolge individui che vivono in contesti storico-sociali particolari e che interpretano i messaggi dei media e li incorporano nella propria vita utilizzando le risorse che trovano a disposizione”  (circolazione globale delle informazioni e appropriazione ermeneutica delle stesse). Esisteranno quindi modi diversi di negoziare il contenuto simbolico di un programma in base al contesto di ricezione e alle risorse che gli individui impiegano per la loro interpretazione (si veda lo studio di Liebes e Katz sulla ricezione del serial Dallas). L’appropriazione di materiali simbolici globalizzati implica un’altra caratteristica che Thompson ha definito “accentuazione della presa di distanza simbolica dai contesti spazio-temporali della vita quotidiana” . Un esempio illuminante di questa affermazione è rappresentato dallo studio di Lull sull’impatto della televisione in Cina. La ricerca dimostrava che gli spettatori cinesi erano affascinati dai programmi importati da altri Paesi non solo perché fornivano informazione ma soprattutto perché consentivano loro di dare un’occhiata al tipo di vita che si conduce altrove. Le immagini di altri stili di vita rappresentavano quindi una risorsa per i cinesi per riflettere criticamente sulla loro stessa esistenza e condizioni di vita. “Si diceva che fuori dalla Cina niente funzionava. Ma quando guardiamo la televisione, lo vediamo bene che l’Occidente non è poi così male” . Un’altra importante caratteristica della globalizzazione delle comunicazioni è la formazione della nostra “esperienza mediata” [Thompson, 1998]. L’autore presenta nel suo libro quattro caratteristiche distintive:</p>
<p>–	Ci è data la possibilità di fare esperienza di spazi lontani che a volte ci appaiono immodificabili<br />
–	Il contesto in cui spettatori “consumano” le esperienze mediate è profondamente diverso da quello in cui gli eventi si verificano effettivamente (l’esperienza viene ricontestualizzata)<br />
–	L’individuo struttura la priorità delle esperienze mediate nei termini di importanza per il sé (quanto più l’individuo le considera importanti, tanto più è probabile che le integri nei suoi programmi quotidiani).<br />
–	La creazione di una “comunanza despazializzata” (grazie ai media gli individui possono fare le stesse esperienze senza condividere lo stesso luogo, basta l’accesso alle stesse forme di comunicazione mediata) .</p>
<p>Naturalmente vivere in un mondo pervaso sempre più da esperienze mediate comporta nuove responsabilità. Gli individui possono ricordare eventi remoti, interagire con altri lontani e a seconda dei propri interessi e priorità lasciarsi coinvolgere in misura più o meno profonda. Come è possibile rimanere indifferenti di fronte ad episodi di guerra o di stragi anche se capitano a migliaia di chilometri dal nostro nido? Ci emancipiamo dai luoghi della nostra esistenza, ci viene chiesto di farci un’opinione, esprimere un giudizio, di assumere la responsabilità di eventi accaduti in regioni lontane. Il mondo diventa sempre più piccolo: i nostri “vicini” si stanno rapidamente moltiplicando. Il caso di Graham Bamford, citato in Media e Modernità di Thompson, ne è un esempio estremo.</p>
<p>L’uomo in segno di protesta per il mancato intervento del governo inglese nella tragedia bosniaca, si è cosparso di benzina e dato fuoco in Parliament Square. La forte reazione dell’opinione pubblica internazionale in seguito ai recenti episodi dello scorso 26 Dicembre nel Sud-Est asiatico sono la dimostrazione di come non possiamo più rimanere indifferenti rispetto a quanto accade nelle altre regioni del mondo.</p>
<p>Ma c’è anche chi come ricorda efficacemente U. Beck cerca di mantenere le distanze, scaricando la responsabilità ad altri. “Globalità e coinvolgimento di tutti non sono (anzi) occasioni per non rendersi conto dei problemi o per farlo in modo interposto, scaricando la responsabilità su altri? Non sono forse queste le situazioni che favoriscono la costruzione di capri espiatori?” . Il senso di responsabilità che scaturisce dalla globalizzazione delle comunicazioni rappresenta essenzialmente il canale che i movimenti sociali contemporanei sfruttano nelle loro campagne di sensibilizzazione condotte attraverso la Rete.</p>
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		<title>Il giorno 4 del Febbraio 2004&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 21:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fran</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Technology]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 4 di Febbraio 2004, uno sbarbatello di nome Mark Zuckerberg decise di lanciare The Facebook, un sito di di social networking indirizzato esclusivamente agli studenti di Harvard. L’idea venne a Zuckerberg ai tempi del liceo, quando frequentava la Philips Exeter Academy. L’Exeter Face Book infatti era una sorta di annale che veniva fatto passare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 4 di Febbraio 2004, uno sbarbatello di nome Mark Zuckerberg decise di lanciare The Facebook, un sito di di social networking indirizzato esclusivamente agli studenti di Harvard. L’idea venne a Zuckerberg ai tempi del liceo, quando frequentava la Philips Exeter Academy. L’Exeter Face Book infatti era una sorta di annale che veniva fatto passare fra i banchi degli studenti per permettere loro di familiarizzare con i profili di quelli che sarebbero stati i compagni di classe negli anni successivi. Face Book era un vero e proprio libro cartaceo, fino a quando Zuckerberg decise di portarlo online. Il progetto conquistò immediatamente la simpatia degli studenti dell’Università dell’Ivy League e,nel giro di due settimane, il sito si arricchì di profili e contenuti di ogni tipo. Presto altre università di Boston chiesero di partecipare al progetto e, da una manciata di utenti, il nuovo Facebook arrivò ad avere centinaia di migliaia di profili aggiornati regolarmente da giovani spinti da manie di protagonismo o semplice desiderio di affermare la propria identità, utilizzando le nuove tecnologie. Tutto il resto è storia  recente.</p>
<p>Lo scorso Dicembre Facebook ha quasi raggiunto lo stesso numero di visitatori (221 milioni) di un sito più affermato come Blogger by Google (225.5 milioni), lasciando un gap di soli 4.5 milioni di utenti, considerata la differenza di 21 milioni che esisteva a Novembre 2008. Vista la crescita esponenziale della popolarità del sito, è molto probabile che i prossimi risultati del primo quarto del 2009 vedano Facebook in pole position. Una corsa inarrestabile alimentata soprattutto dai maggiori sforzi del team di Zuckerberg nell’internazionalizzazione del progetto.</p>
<p><img src="http://www.mymarketing.net/d@y/upl/d@y/album/orig/79/2009022718474088.gif" alt="" width="429" height="219" /></p>
<p>Non sorprende dunque che, il crescente interesse per  Facebook fra le masse di giovani della cosidetta Generazione Z,  abbia spinto molti marketers e lo stesso Zuckerberg a considerare Facebook non più come mera piattaforma di gioco ma anche come un potente ed influente strumento di marketing. Il 7 Novembre del 2007 il ventitreenne CEO, del popolare sito di social networking, annunciava ad una folla di oltre 250 marketing executives che Facebook era pronto per offrire loro un nuovo “deal”. “Negli ultimi 100 anni i messaggi pubblicitari sono stati trasmessi passivamente ad un’audience di massa” affermava Mark, “oggi anche i marketers possono far parte di questa conversazione”.</p>
<p>Sfruttando la piattaforma di Facebook le aziende potevano finalmente trarre vantaggio dalle interazioni sociali degli utenti del sito e permettere alle “persone di influenzare altre persone”. Le parole del giovane Zuckerberg  richiamavano in qualche modo il linguaggio di Paul Lazarsfeld e Elihu Katz nel loro libro “Personal Influence” (1955), un classico che si oppose alle teorie del mass marketing, per affermare la centralita’ degli “opinion leaders” nel rafforzare  o negare i messaggi mediatici ed influenzare le masse tramite le relazioni sociali, passa-parola o esempi personali. Facebook si presentò alle aziende in questo modo, mettendo in luce il potere di Internet nell’identificare questi opinion leaders e stimolare la conversazione fra gli utenti di un network virtualmente infinito. Facebook si fece baluardo di quello che oggi viene definito “conversational marketing” e dell’interazione online fra marketers e consumatori, attraverso la quale quest’ultimi si scambiano pareri e consigli sui prodotti a colpi di clicks (word of mouse).</p>
<p>Su Facebook Advertising (<a href="http://www.facebook.com/ads" target="_blank">www.facebook.com/ads</a>) e’ possibile prendere visione della miriade  di strumenti che il sito offre ai marketers per creare pubblicita’ e banners mirati a specifici target di consumatori. Esiste anche la possibilita’ di ricevere reports dettagliati con informazioni riguardo agli utenti del sito che hanno cliccato sul banner,ad esempio eta’, sesso, localita’. Ma forse cio’ che e’ piu’ interessante e, magari passato inosservato a molti degli utenti del sito, e’ la possibilita’ di “stringere amicizie con prodotti, brands e aziende”. Ora, senza perdere tempo, fate un esperimento con il vostro stesso account di Facebook: cliccate su “Profilo” e quindi sul tab “Info”. In questa pagina troverete tutte le informazioni relative al vostro profilo, dai dati anagrafici ai gruppi di appartenenza e alle pagine preferite.</p>
<p>Se siete frequentatori abituali di Facebook e avete una tendenza a “stringere amicizie” con tutto cio’ di cui siete appassionati, vi sorprendera’ rileggere questa lista e vedere quanto rispecchi la vostra identita’, incluso le vostre preferenze di consumatore. Talora,quando siamo online, non ci rendiamo forse conto che “diventare fan di” significa letteralmente esprimere una propria opinione su un prodotto od una categoria di prodotti. I nostri amici vengono puntualmente aggiornati sulle nostre preferenze, tramite il sistema di notifiche sulla homepage di Facebook e, più o meno inconsapevolmente, avviamo un processo di passa-parola online. Senza volere diveniamo opinion leader e quindi in grado di influire sulle scelte dei nostri coetanei. Vi offro un esempio .Alcuni giorni fa  ho visto un mio ex-compagno di classe diventare fan della “piadina romagnola”. Ora,ignoro cosa abbia spinto lui a “stringere questa amicizia” tuttavia, come espatriato e perenne nostalgico dei sapori del nostro Paese, ho sentito pure io il desiderio di condividere questa passione. Sta di fatto che,tutte le volte che accedo al mio Facebook ,trovo  puntualmente un paio di banners che mi suggeriscono di diventare anche fan della “salama da sugo ferrarese” o del “Papeete”. Un’interessante coincidenza direte voi o forse un efficace esempio di direct marketing.</p>
<p>Inoltre ho recentemente scoperto che se diventi fan di un prodotto che possiede lui stesso un profile su Facebook, quel prodotto puo’ poi inserire il tuo nome e foto in uno dei banners sparsi qua e la’ sul sito. Secondo Facebook un utente deve, in prima persona, esprimere un giudizio o compiere una “social action” per avere il proprio profilo associato ad  un messaggio pubblicitario. Questo non e’ limitato alla sola funzione “Become a fan of”. Secondo il portavoce di Facebook ,Brandee Barker, questa “attivita’ sociale” puo’ essere intesa come qualsiasi interazione dell’utente con una brand, quale il download di un’applicazione, un video o il click su un link di un banner in homepage.<br />
Pare materia da “1984” ma in molti sostengono che non esiste alcuna invasione della sfera privata, in quanto siamo soltanto  noi a decidere di creare un’identita’ online, esprimere le nostre opinioni e coinvolgere i nostri amici e coetanei nelle nostre scelte. Senza dilungarmi troppo lascio a voi la libertà di  riflettere su questo e  di esprimere il  vostro parere qui sotto. Come ultima nota aggiungo che presto sara’ il compleanno di una mia amica… ho controllato il suo profilo Facebook sotto il tab “Info” ed ho verificato che e’ una fan di “Baci Perugina”, “Biscotti Colussi”, “Gioelli Tiffany”, “Abercrombie”, “Martini rosso”, etc… Senza sperperare con i girelli, credo  tuttavia che  avro’ un paio di interessanti alternative per sorprenderla ugualmente!</p>
<p>ⓒ MyMarketing.Net</p>
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		<title>Le nuove frontiere del retail marketing</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 21:11:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le catene di negozi al dettaglio, ormai da anni, non sono piu’, interessate esclusivamente alla vendita dei propri prodotti.Oggi le strategie di fidelizzazione del cliente, cosi’ come le principali leve di differenziazione dalla concorrenza, ruotano intorno ai servizi. Si e’ passati in tal modo da un tradizionale marketing del prodotto ad un piu’ ricco e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le catene di negozi al dettaglio, ormai da anni, non sono piu’, interessate esclusivamente alla vendita dei propri prodotti.Oggi le strategie di fidelizzazione del cliente, cosi’ come le principali leve di differenziazione dalla concorrenza, ruotano intorno ai servizi. Si e’ passati in tal modo da un tradizionale marketing del prodotto ad un piu’ ricco e sofisticato marketing dei servizi. Tendenzialmente non si parla piu’ di semplice marketing transazionale (es. come vendere il prodotto X al cliente Y) ma di marketing relazionale, che per definizione richiede il coinvolgimento di servizi e nuove tecniche di fidelizzazione.</p>
<p>Il retail marketing ha aperto cosi’ le porte a due nuovi concetti che a prima vista sembrano sostanzialmente agli antipodi ma che, in realta’, risultano alquanto complementari e sinergici, ovvero “divertire ed educare il cliente”. Quando si tratta di offrire una sferzata di energia ed interattivita’ nell’ingaggio con il cliente, le nuove tecnologie possono tornare sempre utili. I nuovi marketers sono continuamente alla ricerca di strumenti e canali singolari per perfezionare la comunicazione ed interazione con il consumatore finale.</p>
<p>In realta’ la nuova strategia comporta, allo stesso tempo, un drastico cambiamento semantico nella definizione stessa di utente finale: si passa infatti dal  concetto di “consumatore” della semplice transazione commerciale a quello di  “cliente” vero e proprio che, per definizione, sottintende un rapporto piu’ stretto e relazionale fra retailer e utente finale.</p>
<p>“Alcune catene hanno creato il proprio positioning sulla base di strategie multi-canale per garantire consistenza e fedelta’ al proprio messaggio pubblicitario” sostiene Pat Conroy, direttore generale a Deloitte, Consumer Business Practice. “L’idea e’ quella di creare molteplici punti di contatto con il cliente e cercare di convertire una semplice transazione in una relazione a lungo termine, attraverso agevolazioni per acquisti online, garanzie, finanziamenti agevolati, raccolta punti ed altri programme di fidelizzazione”.</p>
<p>Negli Stati Uniti per esempio, The North Face, ha realizzato, in partnership con Microsoft, una serie di chioschi entro i quali i visitatori dei negozi possono vedere animazioni dei nuovi prodotti high-tech della linea sportiva e video degli atleti in azione. Wal-Mart in collaborazione con la Premier Retail Networks ha posizionato nei suoi centri commerciali oltre 100.000 TV a cristalli liquidi per mandare in onda messaggi pubblicitari, creati su misura per ciascun settore merceologico.  Bloomingdale ha recentemente installato una serie di “specchi interattivi” nella sua boutique di New York, per permettere agli shoppers di scattarsi foto mentre provano un nuovo capo d’abbigliamento e la possibilità di inviarle  in tempo reale agli amici per suggerimenti e consigli sugli abbinamenti dei colori. Tutto questo fa parte di un’altra corrente del marketing contemporaneo conosciuta come “social retailing”, di cui sentiremo parlare sempre piu’ spesso, considerando  la continua tendenza dei consumatori finali a sfruttare la Rete per condividere commenti e recensioni su prodotti con amici e/o  perfetti sconosciuti, magari membri di una social community fidata o di un ristretto network di persone che condividono gli stessi interessi. Vogliamo forse parlare di Facebook e del significato piu’ profondo e strategico del “diventare fan del prodotto X”? Questo richiederebbe un articolo a parte.</p>
<p>E’ logico tuttavia immaginare come anche nel mondo del retail, la realizzazione di spazi piu’ dinamici ed interattivi richieda una predilizione per i  new media nel tentativo di instaurare quel rapporto intimo e duraturo con la clientela. In conclusione, come si e’affermato, l’attenzione ora si e’ finalizzata nel fornire al cliente una vera e propria esperienza nel contatto con la brand,strategia ben più efficace di una semplice transazione. In sintesi :educare e divertire il cliente contemporaneamente.</p>
<p>ⓒ MyMarketing.Net</p>
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