Archive for March, 2009

31
Mar

This video explores the changes in the way we find, store, create, critique, and share information. This video was created as a conversation starter, and works especially well when brainstorming with people about the near future and the skills needed in order to harness, evaluate, and create information effectively.

Category : Videos | Blog
30
Mar

“Gli eventi dell’11 settembre sono stati simbolici
anche in un altro senso:
l’assalto terroristico ai grattacieli più famosi
della città più famosa del mondo,
compiuto dinanzi al più alto numero di telecamere
che i moderni mezzi di comunicazione
possano concentrare in un dato luogo,
ha rapidamente acquisito una valenza di
simbolo a livello globale, che altri eventi,
per quanto drammatici e cruenti,
non potrebbero neanche sognarsi di avere.
Ha dimostrato,
in modo altrettanto drammatico e spettacolare,
quanto globali possano davvero essere gli eventi”.
Bauman Z. [2003, p. 82]

Una delle caratteristiche delle comunicazioni nel mondo moderno è la scala della loro diffusione, una scala che coinvolge l’intero pianeta (o quasi) con una velocità di trasmissione ormai prossima al suo limite massimo, la quasi istantaneità della successione causa-effetto. La riorganizzazione di spazio e tempo prodotta dallo sviluppo dei media è un aspetto di un più ampio insieme di processi che stanno trasformando il mondo moderno. Tali processi sono oggi comunemente indicati con il termine “globalizzazione” che non può essere volgarmente tradotta con i termini “internazionalizzazione” e “transnazionalizzazione”. Ancora una volta John B. Thompson ne offre una sintetica definizione a punti:
“C’è globalizzazione solo se le attività:

– Hanno luogo all’interno di un’area planetaria o quasi tale (piuttosto che semplicemente regionale, per esempio)
– Sono organizzate, pianificate o coordinate su scala globale
– Comportano un qualche grado di reciprocità e interdipendenza, nel senso che attività locali di diverse zone del mondo determinano l’una la forma delle altre” .

La pratica di trasmettere messaggi attraverso grandi distanze non è nuova: in età premoderne sono state costruite reti complesse di servizio postale, autostrade politiche dell’impero romano. Ciò che contraddistingue la comunicazione nel mondo moderno è ancora una volta la “portata e il ritmo del cambiamento” [Giddens, 1994] reso possibile in primo luogo dall’avvento dei nuovi media elettronici. La globalizzazione delle comunicazioni si è rivelato un processo strutturalmente squilibrato, avvantaggiando sostanzialmente i pochi e accrescendo il knowledge-gap [Tichenor-Donohue ed Olien, 1970] delle parti più povere del mondo. Secondo la teoria dell’imperialismo culturale [Schiller, 1969] il motore del processo di globalizzazione delle comunicazioni sarebbe stato avviato dagli interessi commerciali delle grandi aziende della comunicazione (Time Warner, Bertelsmann, News Corporation…) e tale processo avrebbe prodotto una nuova forma di subordinazione delle culture tradizionali soggette ai valori e simboli occidentali.

Il nuovo sistema imperiale si sarebbe basato sulla supremazia economica degli Stati Uniti e sul know-how delle comunicazioni. Oggi con un’economia multipolare (non come nel secondo dopoguerra quando è stata formulata la teoria dell’imperialismo) è con l’avvento di “comunicazioni più democratiche” basate sulle reti telematiche risulta più difficile credere in modo assoluto alla teoria formulata da Schiller negli anni ’70 nonostante permanga, come è stato ben documentato da Castells, un profondo digital divide nell’accesso ad Internet per i Paesi più poveri del pianeta (vedi II capitolo: The Rise of the Network Society). Un altro aspetto da considerare che ridimensiona il potere della teoria dell’imperialismo culturale è il momento di appropriazione del prodotto simbolico trasmesso dai media. Secondo la “teoria degli effetti limitati” “l’efficacia della comunicazione di massa è largamente connessa a e dipendente da processi di comunicazione non mediale interni alla struttura in cui vive l’individuo ”.

“L’appropriazione dei prodotti dei media è sempre un fenomeno localizzato: coinvolge individui che vivono in contesti storico-sociali particolari e che interpretano i messaggi dei media e li incorporano nella propria vita utilizzando le risorse che trovano a disposizione” (circolazione globale delle informazioni e appropriazione ermeneutica delle stesse). Esisteranno quindi modi diversi di negoziare il contenuto simbolico di un programma in base al contesto di ricezione e alle risorse che gli individui impiegano per la loro interpretazione (si veda lo studio di Liebes e Katz sulla ricezione del serial Dallas). L’appropriazione di materiali simbolici globalizzati implica un’altra caratteristica che Thompson ha definito “accentuazione della presa di distanza simbolica dai contesti spazio-temporali della vita quotidiana” . Un esempio illuminante di questa affermazione è rappresentato dallo studio di Lull sull’impatto della televisione in Cina. La ricerca dimostrava che gli spettatori cinesi erano affascinati dai programmi importati da altri Paesi non solo perché fornivano informazione ma soprattutto perché consentivano loro di dare un’occhiata al tipo di vita che si conduce altrove. Le immagini di altri stili di vita rappresentavano quindi una risorsa per i cinesi per riflettere criticamente sulla loro stessa esistenza e condizioni di vita. “Si diceva che fuori dalla Cina niente funzionava. Ma quando guardiamo la televisione, lo vediamo bene che l’Occidente non è poi così male” . Un’altra importante caratteristica della globalizzazione delle comunicazioni è la formazione della nostra “esperienza mediata” [Thompson, 1998]. L’autore presenta nel suo libro quattro caratteristiche distintive:

– Ci è data la possibilità di fare esperienza di spazi lontani che a volte ci appaiono immodificabili
– Il contesto in cui spettatori “consumano” le esperienze mediate è profondamente diverso da quello in cui gli eventi si verificano effettivamente (l’esperienza viene ricontestualizzata)
– L’individuo struttura la priorità delle esperienze mediate nei termini di importanza per il sé (quanto più l’individuo le considera importanti, tanto più è probabile che le integri nei suoi programmi quotidiani).
– La creazione di una “comunanza despazializzata” (grazie ai media gli individui possono fare le stesse esperienze senza condividere lo stesso luogo, basta l’accesso alle stesse forme di comunicazione mediata) .

Naturalmente vivere in un mondo pervaso sempre più da esperienze mediate comporta nuove responsabilità. Gli individui possono ricordare eventi remoti, interagire con altri lontani e a seconda dei propri interessi e priorità lasciarsi coinvolgere in misura più o meno profonda. Come è possibile rimanere indifferenti di fronte ad episodi di guerra o di stragi anche se capitano a migliaia di chilometri dal nostro nido? Ci emancipiamo dai luoghi della nostra esistenza, ci viene chiesto di farci un’opinione, esprimere un giudizio, di assumere la responsabilità di eventi accaduti in regioni lontane. Il mondo diventa sempre più piccolo: i nostri “vicini” si stanno rapidamente moltiplicando. Il caso di Graham Bamford, citato in Media e Modernità di Thompson, ne è un esempio estremo.

L’uomo in segno di protesta per il mancato intervento del governo inglese nella tragedia bosniaca, si è cosparso di benzina e dato fuoco in Parliament Square. La forte reazione dell’opinione pubblica internazionale in seguito ai recenti episodi dello scorso 26 Dicembre nel Sud-Est asiatico sono la dimostrazione di come non possiamo più rimanere indifferenti rispetto a quanto accade nelle altre regioni del mondo.

Ma c’è anche chi come ricorda efficacemente U. Beck cerca di mantenere le distanze, scaricando la responsabilità ad altri. “Globalità e coinvolgimento di tutti non sono (anzi) occasioni per non rendersi conto dei problemi o per farlo in modo interposto, scaricando la responsabilità su altri? Non sono forse queste le situazioni che favoriscono la costruzione di capri espiatori?” . Il senso di responsabilità che scaturisce dalla globalizzazione delle comunicazioni rappresenta essenzialmente il canale che i movimenti sociali contemporanei sfruttano nelle loro campagne di sensibilizzazione condotte attraverso la Rete.

Compra il libro Internet e i Movimenti Sociali

Category : Academia | Technology | Blog
30
Mar

Il 4 di Febbraio 2004, uno sbarbatello di nome Mark Zuckerberg decise di lanciare The Facebook, un sito di di social networking indirizzato esclusivamente agli studenti di Harvard. L’idea venne a Zuckerberg ai tempi del liceo, quando frequentava la Philips Exeter Academy. L’Exeter Face Book infatti era una sorta di annale che veniva fatto passare fra i banchi degli studenti per permettere loro di familiarizzare con i profili di quelli che sarebbero stati i compagni di classe negli anni successivi. Face Book era un vero e proprio libro cartaceo, fino a quando Zuckerberg decise di portarlo online. Il progetto conquistò immediatamente la simpatia degli studenti dell’Università dell’Ivy League e,nel giro di due settimane, il sito si arricchì di profili e contenuti di ogni tipo. Presto altre università di Boston chiesero di partecipare al progetto e, da una manciata di utenti, il nuovo Facebook arrivò ad avere centinaia di migliaia di profili aggiornati regolarmente da giovani spinti da manie di protagonismo o semplice desiderio di affermare la propria identità, utilizzando le nuove tecnologie. Tutto il resto è storia recente.

Lo scorso Dicembre Facebook ha quasi raggiunto lo stesso numero di visitatori (221 milioni) di un sito più affermato come Blogger by Google (225.5 milioni), lasciando un gap di soli 4.5 milioni di utenti, considerata la differenza di 21 milioni che esisteva a Novembre 2008. Vista la crescita esponenziale della popolarità del sito, è molto probabile che i prossimi risultati del primo quarto del 2009 vedano Facebook in pole position. Una corsa inarrestabile alimentata soprattutto dai maggiori sforzi del team di Zuckerberg nell’internazionalizzazione del progetto.

Non sorprende dunque che, il crescente interesse per Facebook fra le masse di giovani della cosidetta Generazione Z, abbia spinto molti marketers e lo stesso Zuckerberg a considerare Facebook non più come mera piattaforma di gioco ma anche come un potente ed influente strumento di marketing. Il 7 Novembre del 2007 il ventitreenne CEO, del popolare sito di social networking, annunciava ad una folla di oltre 250 marketing executives che Facebook era pronto per offrire loro un nuovo “deal”. “Negli ultimi 100 anni i messaggi pubblicitari sono stati trasmessi passivamente ad un’audience di massa” affermava Mark, “oggi anche i marketers possono far parte di questa conversazione”.

Sfruttando la piattaforma di Facebook le aziende potevano finalmente trarre vantaggio dalle interazioni sociali degli utenti del sito e permettere alle “persone di influenzare altre persone”. Le parole del giovane Zuckerberg richiamavano in qualche modo il linguaggio di Paul Lazarsfeld e Elihu Katz nel loro libro “Personal Influence” (1955), un classico che si oppose alle teorie del mass marketing, per affermare la centralita’ degli “opinion leaders” nel rafforzare o negare i messaggi mediatici ed influenzare le masse tramite le relazioni sociali, passa-parola o esempi personali. Facebook si presentò alle aziende in questo modo, mettendo in luce il potere di Internet nell’identificare questi opinion leaders e stimolare la conversazione fra gli utenti di un network virtualmente infinito. Facebook si fece baluardo di quello che oggi viene definito “conversational marketing” e dell’interazione online fra marketers e consumatori, attraverso la quale quest’ultimi si scambiano pareri e consigli sui prodotti a colpi di clicks (word of mouse).

Su Facebook Advertising (www.facebook.com/ads) e’ possibile prendere visione della miriade di strumenti che il sito offre ai marketers per creare pubblicita’ e banners mirati a specifici target di consumatori. Esiste anche la possibilita’ di ricevere reports dettagliati con informazioni riguardo agli utenti del sito che hanno cliccato sul banner,ad esempio eta’, sesso, localita’. Ma forse cio’ che e’ piu’ interessante e, magari passato inosservato a molti degli utenti del sito, e’ la possibilita’ di “stringere amicizie con prodotti, brands e aziende”. Ora, senza perdere tempo, fate un esperimento con il vostro stesso account di Facebook: cliccate su “Profilo” e quindi sul tab “Info”. In questa pagina troverete tutte le informazioni relative al vostro profilo, dai dati anagrafici ai gruppi di appartenenza e alle pagine preferite.

Se siete frequentatori abituali di Facebook e avete una tendenza a “stringere amicizie” con tutto cio’ di cui siete appassionati, vi sorprendera’ rileggere questa lista e vedere quanto rispecchi la vostra identita’, incluso le vostre preferenze di consumatore. Talora,quando siamo online, non ci rendiamo forse conto che “diventare fan di” significa letteralmente esprimere una propria opinione su un prodotto od una categoria di prodotti. I nostri amici vengono puntualmente aggiornati sulle nostre preferenze, tramite il sistema di notifiche sulla homepage di Facebook e, più o meno inconsapevolmente, avviamo un processo di passa-parola online. Senza volere diveniamo opinion leader e quindi in grado di influire sulle scelte dei nostri coetanei. Vi offro un esempio .Alcuni giorni fa ho visto un mio ex-compagno di classe diventare fan della “piadina romagnola”. Ora,ignoro cosa abbia spinto lui a “stringere questa amicizia” tuttavia, come espatriato e perenne nostalgico dei sapori del nostro Paese, ho sentito pure io il desiderio di condividere questa passione. Sta di fatto che,tutte le volte che accedo al mio Facebook ,trovo puntualmente un paio di banners che mi suggeriscono di diventare anche fan della “salama da sugo ferrarese” o del “Papeete”. Un’interessante coincidenza direte voi o forse un efficace esempio di direct marketing.

Inoltre ho recentemente scoperto che se diventi fan di un prodotto che possiede lui stesso un profile su Facebook, quel prodotto puo’ poi inserire il tuo nome e foto in uno dei banners sparsi qua e la’ sul sito. Secondo Facebook un utente deve, in prima persona, esprimere un giudizio o compiere una “social action” per avere il proprio profilo associato ad un messaggio pubblicitario. Questo non e’ limitato alla sola funzione “Become a fan of”. Secondo il portavoce di Facebook ,Brandee Barker, questa “attivita’ sociale” puo’ essere intesa come qualsiasi interazione dell’utente con una brand, quale il download di un’applicazione, un video o il click su un link di un banner in homepage.
Pare materia da “1984” ma in molti sostengono che non esiste alcuna invasione della sfera privata, in quanto siamo soltanto noi a decidere di creare un’identita’ online, esprimere le nostre opinioni e coinvolgere i nostri amici e coetanei nelle nostre scelte. Senza dilungarmi troppo lascio a voi la libertà di riflettere su questo e di esprimere il vostro parere qui sotto. Come ultima nota aggiungo che presto sara’ il compleanno di una mia amica… ho controllato il suo profilo Facebook sotto il tab “Info” ed ho verificato che e’ una fan di “Baci Perugina”, “Biscotti Colussi”, “Gioelli Tiffany”, “Abercrombie”, “Martini rosso”, etc… Senza sperperare con i girelli, credo tuttavia che avro’ un paio di interessanti alternative per sorprenderla ugualmente!

ⓒ MyMarketing.Net

Category : Marketing | Technology | Blog
30
Mar

Le catene di negozi al dettaglio, ormai da anni, non sono piu’, interessate esclusivamente alla vendita dei propri prodotti.Oggi le strategie di fidelizzazione del cliente, cosi’ come le principali leve di differenziazione dalla concorrenza, ruotano intorno ai servizi. Si e’ passati in tal modo da un tradizionale marketing del prodotto ad un piu’ ricco e sofisticato marketing dei servizi. Tendenzialmente non si parla piu’ di semplice marketing transazionale (es. come vendere il prodotto X al cliente Y) ma di marketing relazionale, che per definizione richiede il coinvolgimento di servizi e nuove tecniche di fidelizzazione.

Il retail marketing ha aperto cosi’ le porte a due nuovi concetti che a prima vista sembrano sostanzialmente agli antipodi ma che, in realta’, risultano alquanto complementari e sinergici, ovvero “divertire ed educare il cliente”. Quando si tratta di offrire una sferzata di energia ed interattivita’ nell’ingaggio con il cliente, le nuove tecnologie possono tornare sempre utili. I nuovi marketers sono continuamente alla ricerca di strumenti e canali singolari per perfezionare la comunicazione ed interazione con il consumatore finale.

In realta’ la nuova strategia comporta, allo stesso tempo, un drastico cambiamento semantico nella definizione stessa di utente finale: si passa infatti dal concetto di “consumatore” della semplice transazione commerciale a quello di “cliente” vero e proprio che, per definizione, sottintende un rapporto piu’ stretto e relazionale fra retailer e utente finale.

“Alcune catene hanno creato il proprio positioning sulla base di strategie multi-canale per garantire consistenza e fedelta’ al proprio messaggio pubblicitario” sostiene Pat Conroy, direttore generale a Deloitte, Consumer Business Practice. “L’idea e’ quella di creare molteplici punti di contatto con il cliente e cercare di convertire una semplice transazione in una relazione a lungo termine, attraverso agevolazioni per acquisti online, garanzie, finanziamenti agevolati, raccolta punti ed altri programme di fidelizzazione”.

Negli Stati Uniti per esempio, The North Face, ha realizzato, in partnership con Microsoft, una serie di chioschi entro i quali i visitatori dei negozi possono vedere animazioni dei nuovi prodotti high-tech della linea sportiva e video degli atleti in azione. Wal-Mart in collaborazione con la Premier Retail Networks ha posizionato nei suoi centri commerciali oltre 100.000 TV a cristalli liquidi per mandare in onda messaggi pubblicitari, creati su misura per ciascun settore merceologico. Bloomingdale ha recentemente installato una serie di “specchi interattivi” nella sua boutique di New York, per permettere agli shoppers di scattarsi foto mentre provano un nuovo capo d’abbigliamento e la possibilità di inviarle in tempo reale agli amici per suggerimenti e consigli sugli abbinamenti dei colori. Tutto questo fa parte di un’altra corrente del marketing contemporaneo conosciuta come “social retailing”, di cui sentiremo parlare sempre piu’ spesso, considerando la continua tendenza dei consumatori finali a sfruttare la Rete per condividere commenti e recensioni su prodotti con amici e/o perfetti sconosciuti, magari membri di una social community fidata o di un ristretto network di persone che condividono gli stessi interessi. Vogliamo forse parlare di Facebook e del significato piu’ profondo e strategico del “diventare fan del prodotto X”? Questo richiederebbe un articolo a parte.

E’ logico tuttavia immaginare come anche nel mondo del retail, la realizzazione di spazi piu’ dinamici ed interattivi richieda una predilizione per i new media nel tentativo di instaurare quel rapporto intimo e duraturo con la clientela. In conclusione, come si e’affermato, l’attenzione ora si e’ finalizzata nel fornire al cliente una vera e propria esperienza nel contatto con la brand,strategia ben più efficace di una semplice transazione. In sintesi :educare e divertire il cliente contemporaneamente.

ⓒ MyMarketing.Net

Category : Marketing | Blog
30
Mar

Levarsi il cappello prima di entrare in un luogo pubblico poteva essere considerata una forma di cortesia fino a qualche anno fa. Oggi questa pratica prende vita nel corso dei moderni eventi sportivi e non è sempre una questione di bon ton.

Ai tifosi della nazionale olandese sono stati regalati cappelli verdi dell’Heineken per ogni acquisto di una pinta, da indossare nel corso delle partite ai recenti Europei 2008. Chiunque entrasse allo stadio doveva comunque togliersi il cappello verde recante il brand della birra. Spiegazione: i cappelli erano il frutto di una geniale trovata di ‘ambush marketing’, ossia una forma di commercializzazione parassita e clandestina, infatti questi brand tentano di promuovere i loro prodotti, nel corso di eventi sportivi, senza pagare le fees agli organizzatori.

Carlsberg era uno degli sponsor ufficiali dell’Europeo, avendo pagato $21 milioni per tale opportunità. Pochissimi primi piani di tifosi olandesi con il famoso cappello verde avrebbero significato un ritorno di investimento non indifferente per Heineken, a danno del rivale regolarmente pagante.
C’e’ chi sostiene che queste pubblicità parassite abbiano preso il posto degli hooligans nell’insidiare la correttezza e buona condotta degli eventi sportivi. Ovviamente la posta in palio alle Olimpiadi è ben più alta. Quest’anno 12 aziende, incluse Coca Cola, Samsung e Visa, hanno speso un totale di $866 milioni per diventare gli sponsor esclusivi delle Olimipiadi di Pechino. Le autorità cinesi hanno risposto con la consueta correttezza ed il noto rigore, promettendo di controllare tutti i maggiori centri sportivi nella città Olimpica e imponendo l’utilizzo di quegli spazi solo alle aziende sponsor, che hanno versato milioni di dollari nelle casse degli organizzatori cinesi. Non accadde lo stesso ad Atlanta nel 1996, quando la città fu tappezzata di pubblicità della Nike, che allora non era sponsor delle Olimpiadi.

Tuttavia prevenire questi subdoli tentativi di marketing non è sempre facile, e istruire un consumatore su cosa fare e non fare con un brand allo stadio è alquanto arduo. I rappresentanti di Coca Cola, che è stata sponsor olimpico fin dal 1928, sostengono: «le sponsorizzazioni di un evento sportivo permettono di comunicare e connettersi con i consumatori di tutto il mondo ad un livello più intimo ed emozionale. Tuttavia se questo significa privare un consumatore del suo mezzo bicchiere di Pepsi prima di entrare allo stadio, allora le emozioni che si scatenano forse non sono sempre delle migliori».

ⓒ MyMarketing.Net

Category : Marketing | Blog
30
Mar

La Nike ha recentemente aumentato il suo marketing budget in occasione delle Olimpiadi di Pechino, per rimanere al vertice delle vendite e migliorare la sua brand equity in Cina. Alcuni analisti tuttavia si chiedono se Nike riuscirà lo stesso a competere come sempre sul mercato, vista la crisi economica statunitense.

‘Negli ultimi mesi, Nike ha sponsorizzato gli Europei di calcio in Svizzera/Austria ed ora si appresta ad investire una cifra equivalente per le Olimpiadi di Pechino’ ricorda Matt Powell, analista della Princeton Retail Analyst di N.J. Nel corso dell’ultima conference call con gli analisti mercoledì scorso, Nike ha infatti affermato che le spese di marketing sostenute per sponsorizzare gli Europei e le Olimpiadi avranno un impatto non indifferente sui margini di guadagno previsti per il 2009. Quest’anno negli Stati Uniti, Nike ha speso solo $75 milioni in advertising, mentre l’anno scorso la cifra si aggirava intorno ai $189 milioni e nel 2006 ancora più alta, circa $217 milioni.

E’ chiaro che la spesa del marketing quest’anno si è spostata verso i mercati internazionali, approfittando di vetrine importanti quali gli Europei di calcio e le Olimpiadi. I marketing executives di Nike cercano di rassicurare gli investitori facendo notare che un aumento di spesa in occasione di eventi del genere è più che normale e può avere fini strategici per assicurare maggiori profitti a lungo termine. Tuttavia, sono stati anche realistici quando è arrivato il momento di presentare i dati riguardanti la crescita del fatturato sul mercato Americano. Nel quarto quadrimestre (finito il 31 di Maggio), l’azienda americana è cresciuta di un modesto 4% in casa ($1.7 miliardi), mentre all’estero ha registrato una crescita ragguardevole del 16% ($5.1 miliardi in tutto il mondo).

‘Nike è ancora un’azienda in forte ascesa – sostiene il CEO Mark Parker – aziende forti come Nike sono capaci di navigare anche in cattive acque come queste ed uscirne ancora più forti’. Tuttavia, come ci si poteva immaginare, le più grandi opportunità di crescita sono ancora una volta al di là dell’oceano, qualche volta ironicamente in quei Paesi dove Nike ha costruito le fondamenta del suo impero, nel Sud-est asiatico. Le economie di alcuni di questi Paesi sono in pieno fermento e le popolazioni non ci stanno più a produrre solo scarpe con lo Swoosh, ora vogliono comprare quelle scarpe!
Se Nike vuole continuare a dominare il mercato dell’abbigliamento sportivo, dovrà ora fare un passo indietro nella sua storia e cominciare a servire questi ‘nuovi’ consumatori, poiché il successo del suo business dipende ancora una volta da loro.

ⓒ MyMarketing.Net

Category : Marketing | Blog
30
Mar

In seguito al formidabile successo dell’azienda di Taiwan, Asustek, e dell’indiana HCL, i computer vendors stanno sempre più prendendo in considerazione i mini-laptops, come una delle più promettenti innovazioni per il futuro dell’industria.

Alcuni anni fa, il famoso professore del MIT di Boston ha proposto la sua idea per la fondazione One Laptop per Child, finalizzata alla produzione di PC da soli $100. Alcuni anni dopo fu lanciato sul mercato l’XO, un laptop dal design innovativo ed accattivante, arricchito con funzionalità all’avanguardia.

Peccato che il suo prezzo da listino fosse superiore di ben oltre i $100 previsti da Negroponte.
L’idea di diffondere queste nuove macchine nei Paesi emergenti o del Terzo Mondo non apparve più così facilmente realizzabile. Stessa sorte ebbe il Classmate PC, sviluppato dagli ingegneri Intel del centro di Shanghai. La svolta si è avuta quando il concetto di produrre un computer in miniatura, con
funzionalità base per permettere una conveniente portabilità, è stato adottato dall’azienda di Taiwan Asustek Computer che, il 5 di Marzo 2008, ha esibito al CeBit di Hannover, il suo nuovo Eee PC, il più avanzato modello di mini-laptop.

Il computer può avere come sistema operativo sia Windows XP che Linux, 1Gb di flash memory e un discreto monitor da 9 pollici, il tutto per un prezzo competitivo che si aggira attorno ai $650. Il business model di Asustek tuttavia non prevede come consumatori finali gli studenti dei villaggi rurali della Nigeria ma utenti negli Stati Uniti, in Giappone ed Europa che ricerchino funzionalità, alte prestazioni e portabilità. L’indiana HCL ha lanciato il suo MiLeap X da 7 pollici, a soli $350, sempre puntando sugli stessi mercati; Acer e HP sono già entrate in questo segmento di mercato con altre offerte
competitive.

Non è solo una questione di prezzo e portabilità. Le case produttrici hanno raggiunto risultati inaspettati a distanza di pochi mesi dall’uscita dei loro mini-laptops. Questo è avvenuto in seguito anche al cambiamento nel modo di utilizzare un PC. Ricordate quando ogni volta che si voleva lanciare un applicativo bisognava installare un software sulla propria macchina e magari installare ulteriori plug- in per avere ulteriori funzionalità? Oggi con la diffusione di Internet a banda larga è possibile far tutto online, tramite quei siti che inizialmente sono stati definiti come Web 2.0 ed oggi, più correttamente, piattaforme SaaS (Software as a Service).

In poche parole, non c’è più bisogno di installare MS Office sul proprio computer quando si possono creare documenti word, excel e presentazioni in Power Point tramite siti come Zoho o Google Docs. Oggi si può fare tutto online, dalla creazione alla conservazione dei propri documenti su un server.

ⓒ MyMarketing.Net

Category : Marketing | Technology | Blog
30
Mar

In Pakistan il mercato della telefonia mobile è piuttosto competitivo in quanto gli utenti non sono vincolati da alcun contratto a lungo termine con l’operatore di servizi di telecomunicazione e, talora, è sufficiente la semplice fotocopia di un documento d’identità per aprire un contratto o passare da un operatore ad un altro.

L’azienda di telecomunicazioni di maggiore successo in Pakistan è Orascom Mobilink, che detiene il 37% del mercato, essendo stata la prima a muoversi verso la tecnologia GSM. Il segreto del suo successo sta anche nell’innovativo packaging delle sue proposte di connessione: dalla formula Jazz per i clienti pay-as-you-go, al pacchetto Indigo per gli utenti business.

«Mobilink ha sempre cercato di trasmettere un’idea di modernità ed innovazione nel corso degli anni – sostiene Rabia Garib, editore di Netexpress Online – l’operatore è stato il primo ad utilizzare una testimonial femminile per la sua offerta Jazz ed ora questa proposta incontra grande successo sia da parte del pubblico femminile che maschile, è diventata una moda».

Il primo concorrente di Mobilink è Ufone, un brand introdotto dal governo pakistano nel 2001. L’operatore ha dato filo da torcere a Mobilink puntando, da subito, sulle fasce utenti più giovani con campagne pubblicitarie colorate e proponendo loro il disegno del logo aziendale in una sorta di iniziativa Web 2.0, in cui sono gli utenti stessi a creare i contenuti. Tutto questo per superare le altre numerose iniziative degli operatori stranieri operanti sul mercato, come la norvegese Telenor e l’araba Warid Telecom.

L’offerta di Mobilink Indigo si è invece affidata principalmente su due fattori per stabilire la sua brand equity: due testimonials d’eccezione come la modella Zainab Qayurn e l’attrice Shaan e la realizzazione di messaggi pubblicitari originali, che trasmettono un’idea di classe, raffinatezza e stile. Anche il brand Persona di Telenor si posiziona come premium, rivolgendosi principalmente ai senior executives delle imprese pakistane. Gli operatori di servizi di telefonia mobile operanti in Pakistan stanno esaurendo i loro spunti creativi e pare diventare sempre più difficile trovare proposte nuove ed avvincenti.

Se da una parte la competizione agguerrita ha portato ad una sempre più difficile differenziazione dei brand, dall’altra parte pone al mercato una ricerca continua di nuove soluzioni ed idee per superare l’offerta del concorrente. Esiste questa tendenza continua a ricercare risultati a breve termine, nell’ininterrotto tentativo di battere la concorrenza sul momento. Mobilink, al contrario, sembra l’unico marchio in grado di guardare lontano e la sua Jazz, ormai diventata status symbol della gioventù pakistana, ne è la prova.

ⓒ MyMarketing.Net

Category : Marketing | Blog
30
Mar

L’ICEHOTEL, in Jukkasjärvi, Svezia, (IceHotel) è un hotel completamente scolpito nel ghiaccio, situato nel cuore della Lapponia. Gli ospiti possono trascorrere inverno ed estate al fresco degli enormi cubi e lastre di ghiaccio che ricoprono le pareti dell’hotel. Quando si comincia davvero a sentir freddo, il pub dell’hotel offre una vasta gamma di liquori e grappe locali che aiutano ad aumentare la temperatura corporea abbastanza in fretta…naturalmente da sorseggiare senza ghiaccio!

Da alcuni anni l’hotel ha dato la possibilità ad artisti e designers emergenti di presentare le proprie opere in uno spazio espositivo originale, che possa catturare l’attenzione anche dei più distratti. Quest’anno l’ICEHOTEL ha lanciato anche una Call for Art Suite Designers con chiusura del bando il 15 di Luglio 2008. Di giorno, lo spazio verrà destinato ad area espositiva con una capienza fino a 30.000 visitatori, di notte la stessa diverrà una gigantesca camera da letto immersa nel ghiaccio per circa 15.000 coraggiosi dal cuore caldo.

Più recentemente il team di ingegneri della SAAB e l’architetto dell’ICEHOTEL, Tjåsa Gusfors, hanno deciso di ricreare un unico e spettacolare spazio espositivo per la nuova gamma di autovetture SAAB, sempre all’interno dell’hotel. La scelta di questo scenario è nata dall’idea di avere un contatto più diretto col pubblico, una sorta di ritorno alle origini, per rafforzare l’immagine del brand e comunicare il suo vigore, spirito e robustezza attraverso le installazioni interamente scavate nel ghiaccio.

L’esperienza audiovisuale sfida i sensi del visitatore e lo costringe a ripensare all’immagine del brand e al suo positioning. SAAB spera che questa idea originale possa aiutare il consumatore ad associare valori quali indipendenza, creatività ed intraprendenza al brand, per una rivalutazione della sua immagine. Dal ghiaccio emerge anche la ricostruzione esatta della nuova SAAB Aero X, modello simbolo della casa svedese e vincitore di diversi premi di design.
Nel cuore della Lapponia, l’ICEHOTEL e SAAB ci insegnano come fare marketing nel Paese dei ghiacci. In fin dei conti, le idee più efficaci provengono sempre dall’eredità culturale e sociologica del Paese d’origine.

ⓒ MyMarketing.Net

Category : Marketing | Blog
30
Mar

Nonostante alcune voci riguardo un possibile accordo fra Apple e il più grande operatore telefonico cinese, nessuno ancora sa quando la versione ufficiale del tanto desiderato iPhone farà il suo ingresso nel mercato cinese. Tuttavia il mancato accordo non ha arrestato la sorprendente ascesa dello smartphone della Apple, conosciuto in Cina come ‘Ai Feng’ (‘Love Craze’), tesa a farlo diventare uno dei telefoni più richiesti sul mercato nero.

L’iPhone infatti è già disponibile sul mercato cinese nelle maggiori metropoli, in tutti i centri commerciali e disponibile anche su alcuni siti e-commerce online. Esistono forum e bulletin boards con più di 170.000 utenti, sui quali i tecnofili cinesi si scambiano cracks e stringhe di codice per attivare il telefono con il proprio operatore o personalizzarlo con programmi e software scaricati da Internet. Il sito Zhong Guancun offre un servizio simile a quello di Amazon, con descrizione dei telefonini, reviews e punteggi per i venditori e servizio clienti 24h su 24.

Anche se tutti questi servizi possono apparire legittimi, in realtà il mercato cinese degli iPhone è completamente illegale. Ogni iPhone venduto in Cina è ‘aperto’ (unlocked) verso qualsiasi operatore e nessuno possiede un certificato di garanzia della Apple. Quindi, nonostante lo smartphone sia prodotto in Cina, il telefonino deve prendere la strada del mercato nero per poter raggiungere i consumatori cinesi.Nonostante Apple abbia tentato di combattere questo fenomeno, richiedendo l’acquisto solo tramite carta di credito e limitando l’acquisto di soli due iPhone per persona, il commercio illegale continua inarrestabile. In aggiunta i prezzi degli iPhone cinesi sono quasi 3 volte inferiori a quelli degli Stati Uniti, a conferma di quanto questo canale di distribuzione sia efficiente.

Tuttavia c’è anche chi non si trova totalmente soddisfatto con il modello iPhone disponibile sul mercato cinese. Il blogger Ke Suowo infatti sostiene che, anche se gli iPhone reperibili in Cina hanno un sistema operativo tradotto in Cinese, mandare messaggi di testo risulta ancora difficoltoso. I messaggi in arrivo, infatti, si possono leggere tramite il sistema interno ma per digitare un SMS è ancora necessario ricorrere ad un’applicazione che deve essere scaricata da Internet e che non sempre risulta compatibile con il firmware del telefono. Sembrerebbe una sciocchezza ma per i consumatori cinesi, la funzione SMS è molto più importante della semplice chiamata in quanto in Cina non è ancora disponibile il servizio di segreteria telefonica. Non sembra, tuttavia, che questi bugs abbiano arrestato la corsa agli iPhone in Cina, al contrario la domanda sembra crescere a dismisura, riconoscendo l’iPhone come status symbol per emergere dalla massa.

ⓒ MyMarketing.Net

Category : Marketing | Technology | Blog