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Mar

“Gli eventi dell’11 settembre sono stati simbolici
anche in un altro senso:
l’assalto terroristico ai grattacieli più famosi
della città più famosa del mondo,
compiuto dinanzi al più alto numero di telecamere
che i moderni mezzi di comunicazione
possano concentrare in un dato luogo,
ha rapidamente acquisito una valenza di
simbolo a livello globale, che altri eventi,
per quanto drammatici e cruenti,
non potrebbero neanche sognarsi di avere.
Ha dimostrato,
in modo altrettanto drammatico e spettacolare,
quanto globali possano davvero essere gli eventi”.
Bauman Z. [2003, p. 82]

Una delle caratteristiche delle comunicazioni nel mondo moderno è la scala della loro diffusione, una scala che coinvolge l’intero pianeta (o quasi) con una velocità di trasmissione ormai prossima al suo limite massimo, la quasi istantaneità della successione causa-effetto. La riorganizzazione di spazio e tempo prodotta dallo sviluppo dei media è un aspetto di un più ampio insieme di processi che stanno trasformando il mondo moderno. Tali processi sono oggi comunemente indicati con il termine “globalizzazione” che non può essere volgarmente tradotta con i termini “internazionalizzazione” e “transnazionalizzazione”. Ancora una volta John B. Thompson ne offre una sintetica definizione a punti:
“C’è globalizzazione solo se le attività:

– Hanno luogo all’interno di un’area planetaria o quasi tale (piuttosto che semplicemente regionale, per esempio)
– Sono organizzate, pianificate o coordinate su scala globale
– Comportano un qualche grado di reciprocità e interdipendenza, nel senso che attività locali di diverse zone del mondo determinano l’una la forma delle altre” .

La pratica di trasmettere messaggi attraverso grandi distanze non è nuova: in età premoderne sono state costruite reti complesse di servizio postale, autostrade politiche dell’impero romano. Ciò che contraddistingue la comunicazione nel mondo moderno è ancora una volta la “portata e il ritmo del cambiamento” [Giddens, 1994] reso possibile in primo luogo dall’avvento dei nuovi media elettronici. La globalizzazione delle comunicazioni si è rivelato un processo strutturalmente squilibrato, avvantaggiando sostanzialmente i pochi e accrescendo il knowledge-gap [Tichenor-Donohue ed Olien, 1970] delle parti più povere del mondo. Secondo la teoria dell’imperialismo culturale [Schiller, 1969] il motore del processo di globalizzazione delle comunicazioni sarebbe stato avviato dagli interessi commerciali delle grandi aziende della comunicazione (Time Warner, Bertelsmann, News Corporation…) e tale processo avrebbe prodotto una nuova forma di subordinazione delle culture tradizionali soggette ai valori e simboli occidentali.

Il nuovo sistema imperiale si sarebbe basato sulla supremazia economica degli Stati Uniti e sul know-how delle comunicazioni. Oggi con un’economia multipolare (non come nel secondo dopoguerra quando è stata formulata la teoria dell’imperialismo) è con l’avvento di “comunicazioni più democratiche” basate sulle reti telematiche risulta più difficile credere in modo assoluto alla teoria formulata da Schiller negli anni ’70 nonostante permanga, come è stato ben documentato da Castells, un profondo digital divide nell’accesso ad Internet per i Paesi più poveri del pianeta (vedi II capitolo: The Rise of the Network Society). Un altro aspetto da considerare che ridimensiona il potere della teoria dell’imperialismo culturale è il momento di appropriazione del prodotto simbolico trasmesso dai media. Secondo la “teoria degli effetti limitati” “l’efficacia della comunicazione di massa è largamente connessa a e dipendente da processi di comunicazione non mediale interni alla struttura in cui vive l’individuo ”.

“L’appropriazione dei prodotti dei media è sempre un fenomeno localizzato: coinvolge individui che vivono in contesti storico-sociali particolari e che interpretano i messaggi dei media e li incorporano nella propria vita utilizzando le risorse che trovano a disposizione” (circolazione globale delle informazioni e appropriazione ermeneutica delle stesse). Esisteranno quindi modi diversi di negoziare il contenuto simbolico di un programma in base al contesto di ricezione e alle risorse che gli individui impiegano per la loro interpretazione (si veda lo studio di Liebes e Katz sulla ricezione del serial Dallas). L’appropriazione di materiali simbolici globalizzati implica un’altra caratteristica che Thompson ha definito “accentuazione della presa di distanza simbolica dai contesti spazio-temporali della vita quotidiana” . Un esempio illuminante di questa affermazione è rappresentato dallo studio di Lull sull’impatto della televisione in Cina. La ricerca dimostrava che gli spettatori cinesi erano affascinati dai programmi importati da altri Paesi non solo perché fornivano informazione ma soprattutto perché consentivano loro di dare un’occhiata al tipo di vita che si conduce altrove. Le immagini di altri stili di vita rappresentavano quindi una risorsa per i cinesi per riflettere criticamente sulla loro stessa esistenza e condizioni di vita. “Si diceva che fuori dalla Cina niente funzionava. Ma quando guardiamo la televisione, lo vediamo bene che l’Occidente non è poi così male” . Un’altra importante caratteristica della globalizzazione delle comunicazioni è la formazione della nostra “esperienza mediata” [Thompson, 1998]. L’autore presenta nel suo libro quattro caratteristiche distintive:

– Ci è data la possibilità di fare esperienza di spazi lontani che a volte ci appaiono immodificabili
– Il contesto in cui spettatori “consumano” le esperienze mediate è profondamente diverso da quello in cui gli eventi si verificano effettivamente (l’esperienza viene ricontestualizzata)
– L’individuo struttura la priorità delle esperienze mediate nei termini di importanza per il sé (quanto più l’individuo le considera importanti, tanto più è probabile che le integri nei suoi programmi quotidiani).
– La creazione di una “comunanza despazializzata” (grazie ai media gli individui possono fare le stesse esperienze senza condividere lo stesso luogo, basta l’accesso alle stesse forme di comunicazione mediata) .

Naturalmente vivere in un mondo pervaso sempre più da esperienze mediate comporta nuove responsabilità. Gli individui possono ricordare eventi remoti, interagire con altri lontani e a seconda dei propri interessi e priorità lasciarsi coinvolgere in misura più o meno profonda. Come è possibile rimanere indifferenti di fronte ad episodi di guerra o di stragi anche se capitano a migliaia di chilometri dal nostro nido? Ci emancipiamo dai luoghi della nostra esistenza, ci viene chiesto di farci un’opinione, esprimere un giudizio, di assumere la responsabilità di eventi accaduti in regioni lontane. Il mondo diventa sempre più piccolo: i nostri “vicini” si stanno rapidamente moltiplicando. Il caso di Graham Bamford, citato in Media e Modernità di Thompson, ne è un esempio estremo.

L’uomo in segno di protesta per il mancato intervento del governo inglese nella tragedia bosniaca, si è cosparso di benzina e dato fuoco in Parliament Square. La forte reazione dell’opinione pubblica internazionale in seguito ai recenti episodi dello scorso 26 Dicembre nel Sud-Est asiatico sono la dimostrazione di come non possiamo più rimanere indifferenti rispetto a quanto accade nelle altre regioni del mondo.

Ma c’è anche chi come ricorda efficacemente U. Beck cerca di mantenere le distanze, scaricando la responsabilità ad altri. “Globalità e coinvolgimento di tutti non sono (anzi) occasioni per non rendersi conto dei problemi o per farlo in modo interposto, scaricando la responsabilità su altri? Non sono forse queste le situazioni che favoriscono la costruzione di capri espiatori?” . Il senso di responsabilità che scaturisce dalla globalizzazione delle comunicazioni rappresenta essenzialmente il canale che i movimenti sociali contemporanei sfruttano nelle loro campagne di sensibilizzazione condotte attraverso la Rete.

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Category : Academia / Technology

Comments

Kelly Brown June 13, 2009

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